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Il Cammino di San Francesco

Il Cammino di San Francesco

La Pattuglia Astrale

“Francesco, il lupo e i Dahü”

in bici sulle tracce di

 

“Il Signore vi benedica e vi protegga.

Faccia risplendere su di voi il suo volto e vi doni la sua misericordia. Rivolga su di voi il suo sguardo e vi doni la pace. Il Signore sia sempre con voi e faccia che voi siate sempre con lui.”

 

Benedizione di Santa Chiara

la pattuglia astrale
Antefatto by Re Leone

QUALCHE TEMPO FA

Fra l’estate 2010 e l’estate 2011, un giorno imprecisato.

Dove ci eravamo lasciati?

“Saremmo arrivati a Roma?” A giugno del 2010, fra amici, si scherzava sul fatto. Poi alla capitale siamo arrivati. “Magari si fermano”, avranno pensato. Invece ci abbiamo preso gusto e, archiviata l’ avventura , per La Pattuglia Astrale si sta avviando una nuova stagione…

Estate 2011

3 Luglio, Pedalando fra Toscana e Umbria.

Mattina presto.

Anche se è luglio partire con il giubbotto antivento non è male, anzi l’aria frizzantina delle discese percuote le tempie con un certo successo. Nel gruppo nessuno parla. Mi stendo sul manubrio non per cercare velocità ma per offrire meno spazio al freddo e rifletto. Ricordo che anni or sono ebbi il privilegio di vivere un ritiro spirituale ospite dei francescani di Assisi e di pregare nella basilica inferiore, di fronte alla tomba di Francesco, durante la notte. Ricordo il privilegio di trascorrere le serate a contemplare la valle dalla balconata della foresteria.  Allo stesso modo, ospite dai Piccoli Fratelli del Vangelo, dimorai a Spello nella loro fraternità. Lavorando con loro ascoltai racconti di vite sublimi. Volti usciti sorridenti da esperienze limite che si fatica a collocare di fronte alle nostre affannose, a volte risibili, difficoltà. Ho vivo in mente il racconto di Fratel Giuseppe che rievoca i bombardamenti di Bagdad, le lunghe ore nei rifugi con l’aiuto dello spirito, anzi di due. Lui, friulano doc, aveva una scorta di grappa a cui attingeva per smorzare l’ansia di quei momenti. Con loro, e in compagnia della ragazza che sarebbe diventata mia moglie, salii nottetempo per i sentieri del Subasio.  Attendendo l’alba in vetta vidi spegnersi le luci della valle e, nel silenzio sublime che solo alcuni luoghi possono offrire, affacciarsi il disco rosso del sole.

Oggi sto tornando sulle tracce di Francesco e il vento che mi accompagna nel viaggio odora di prati e di ricordi.

UN PASSO INDIETRO

Inverno 2010

Antivigilia del Santo Natale.

In principio doveva essere un solo viaggio ma, poiché, l’appetito vien mangiando, facendo seguito al successo della già stiamo progettando il secondo. Dopo la la scelta è quella di percorrere un itinerario sulle tracce di San Francesco. Francesco d’Assisi, il Santo poverello.

Il cielo sembra promettere ancora pioggia. Nuvole basse fanno cornice agli abeti, le nebbie disegnano aloni geometrici con i fari delle rare auto. Felice di non far parte della congrega dei regali dell’ultimo minuto, assaporo queste ore ancor più appagato dalla solitudine in cui riflettere. Il primo pensiero è questo: Francesco d’Assisi è il Santo patrono a cui molto dovremo ancora affidarci perché tiri fuori l’Italia dai pasticci in cui l’hanno messa gli italiani. La seconda idea è quella di fare un giro di telefonate per chiedere una riunione operativa e rimettere in assetto di marcia “La Pattuglia Astrale”.[1] La sosta in cantina per scegliere una buona bottiglia da condividere con il resto del gruppo conclude il trittico trasformando l’idea in azione. La casa di Mauro diventa così il quartier generale da cui muovere prospettive e intrecci volti al nuovo viaggio. Come brandelli di cielo dopo il temporale, squarci di tecnologie aprono alla Pattuglia Astrale moderni orizzonti. Così, in videoconferenza, raccogliere i pareri di Armando fa sorridere, ma è molto comodo. Convinto, in ogni modo, che non esista tecnologia che possa competere con il reale contatto umano, sono doppiamente felice quando, in tarda mattinata, Armando e Gianni ci raggiungono per il pranzo. La pacifica invasione prosegue a tavola fra polenta e spezzatino innaffiati da un buon vino. Mi spetta l’onere, e l’onore, di esporre la visione d’insieme del viaggio con la carta al 200.000 del Touring “Umbria Marche” spiegata sul tavolo. Seguendo i luoghi francescani più noti e la lettura de “Le Fonti Francescane” ho abbozzato una grande S che parte dal Santuario de La Verna e termina sulle alture rietine a Poggio Bustone. La traccia sale i rilevi e scende le valli che l’Appennino disegna in questa parte centrale d’Italia fra Arno e Tevere. Strade e antichi sentieri da percorrere con liricità e trasporto seguendo la verde spina dorsale italiana ricca di poggi boscosi e radure da cui assaporare la vista del fondovalle. Più pragmatismo nella richiesta del padrone di casa: “Quanti metri di dislivello, quanti chilometri, quanti giorni?”. Certo, trasformare in metri di dislivello e chilometri ciò che si segna a dito sulla carta, può far perdere molto in arte poetica. “Il principio che ci deve guidare – affermo caricando bene le parole – non deve essere quello del prefigurarsi la fatica che andremo a fare. Le scoperte, le bellezze ci faranno restare a bocca aperta, come bimbi di fronte ai pacchi sotto l’albero la mattina di Natale”. Facendo scorrere lo sguardo intorno non sono certo che il discorso sia stato efficace. “Saranno otto, dieci giorni di viaggio con cinquanta, sessanta chilometri e mille, milleduecento metri di dislivello al  giorno. Inoltre la traccia si presta a fare alcune tappe ad anello, quindi potremo viaggiare più leggeri e pernottare più giorni nello stesso posto ” concludo. Trovo che dopo il buon pranzo e più grappini circoli più ottimismo. “Il nuovo pellegrinaggio sarà più limitato nello spazio – assicuro riportando gli altri alle pagine degli appunti – una sola cartina basterà, svolgendosi quasi tutto in Umbria. Andremo più a zonzo per le montagne che su pericolose strade statali alla ricerca dei luoghi cari a Francesco”. Per contro avremo maggior necessità di trovare la giusta via sui cammini appenninici probabilmente meno battuti di quelli a noi più consoni delle Alpi. Quest’ultimo risvolto lo tengo per me, gli imprevisti che sono il sale della vita ma evito accuratamente di parlarne per non rovinare il clima natalizio che rende tutti più buoni. “Possiamo contare su una guida accurata” proseguo con il viso chi sta giocando l’asse che prende tutto a briscola mostrando il testo[2] come il prete a messa mostra la Bibbia dopo la lettura del Vangelo. Sia come sia la traccia viene accettata e si continua a lavorarci sopra, evviva!

Estate 2011

Fine Giugno, casa

Le copie de i “Diari Francigeni” hanno ancora l’inchiostro che sbava e siamo già di partenza. Benedetta moglie che mi lascia giocare all’avventura salgariana. Non so quante volte, mia figlia e lei, hanno commentato fra il compiaciuto e il sarcastico i preparativi.  Per dirla tutta è così dispiaciuta che, terminate le lacrime, ha organizzato i suoi due fine settimana senza marito contattando l’amica e prenotandosi alcune bottiglie di lambrusco, che ho scoperto essere un suo vizio nascosto.


[1] Per chiarimenti sullo pseudonimo del gruppo, costola viaggiante del più ampio Team Dahü, vedi il testo Diari Francigeni, Ed. Marotta e Cafiero, Napoli, 2010

[2] “Di qui passò Francesco” di Angela Maria Serrachioli, ed. Terre di Mezzo

 

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Primo giorno - 2 luglio 2011

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Diario by Re Leone

Si parte 02 luglio 2011, casa

In questo luglio poco estivo La Pattuglia Astrale parte un’altra volta. Caricate le bici in auto e voltate le spalle alle Alpi, scendiamo l’arteria più trafficata d’Italia. Bastano pochi chilometri e ci siamo già persi. Una parte del gruppo ha deciso di evitare la tangenziale milanese e ha puntato direttamente al Duomo con la complicità di autista e navigatore. Il raggruppamento avviene a Fidenza con la benedizione di tutti e l’impegno a evitare almeno la visita alle abbazie già conosciute pochi mesi fa. La radio gracchia notizie che legano a filo doppio guerre, crisi economiche e ordinari disastri ecologici. Sono così poco allegri i notiziari che non ti fanno prendere ancora il giusto spirito del viaggio. Lacrime di pioggia rigano i vetri appena lasciamo la costa. La E45 è deserta e ricca di scambi di corsie, a Mercato Saraceno piove fitto che sembra già iniziato l’autunno. Ripasso mentalmente gli anelli, grandi e piccoli che comporranno la collana che giorno dopo giorno ci porteranno fra i luoghi più significativi delle terre francescane. Il percorso di quest’anno, infatti, lo abbiamo studiato e diviso in tanti “piccoli” cerchi che di volta in volta chiuderemo in bici o in treno. Scelta quasi obbligata per viaggiar leggeri per i sentieri con le nostre . Viene spontanea l’immagine del rosario ma non vorrei fossero più i misteri dolorosi che quelli gaudiosi e, quindi, per ora lo scrivo solo sul diario e non lo dico agli altri. “Il Signore ti dia pace!” con l’augurio della Comunità Francescana della Verna scendiamo all’eremo delle stimmate fra suore con il pile, turisti dagli ombrelli aperti e frati che si preparano alla quotidiana processione. La grande croce lignea piantata nella roccia perde i suoi contorni nel cielo grigio oltre le colline. Le ragazze dell’accoglienza ci ricevono con un sorriso e la conferma che l’autunno sparirà in nottata per lasciare spazio a cieli limpidi e discreta stabilità. Il percorso devozionale dal corridoio delle stimmate porta fra le viscere della terra a toccare la nudità del suolo su cui Francesco riposava. Fra i massi accatastati si insinuava anche frate Falcone a vegliare sul riposo del santo. Idealmente volo con lui sino al precipizio che si apre sui boschi dove la vista si perde fra le nebbie sino a quando una schiarita fa intuire la valle. Lasciamo sfilare il corteo devozionale aperto da giovani frati che guidano salmodiando la preghiera. Incise nella pietra delle piccole cappelle colpiscono le indicazioni devozionali che chiariscono i modi per ottenere due o più anni d’indulgenza. Al termine della processione la folla si disperde sul quadrante di fronte alla basilica mentre i volontari riconoscibili dai giubbini azzurri invitano i fedeli a proseguire la meditazione nel silenzio. Dopo le foto di rito i turisti tornano alle macchine mentre i devoti varcano ancora una volta la porta del tempio abbandonandosi al tempo dell’anima. Sorride la giovane religiosa che ho di fronte, dal brillare felice dei suoi occhi chiari arriva la conferma che la vocazione è scelta di vita e che nessun gesto d’uomo potrà aver la meglio sull’amore di Dio. La sua serenità va ad aggiungersi alla pace che da ottocento anni i Santi francescani portano per le strade del mondo. A corona di un Francesco già stimmatizzato la grande immagine che troneggia sul percorso ci pone di fronte a Santi quali Margherita da Cortona, Antonio da Padova, Bernardino da Siena, Leonardo da Porto Maurizio. Ognuno ritratto con ciò a cui più di altro ha consacrato la sua vita. Questa Margherita che prega il rosario con un cagnolino che le vuol saltare in grembo ha uno stile che mi sembra adatto a quello che potrei vedere nella mia omonima figlia tredicenne, anche se i suoi sandali sono “Ipanema, made in Brazil” e firmati da una nota, statuaria modella che, guarda caso, ancora ricordo apparire sulla scatola delle sopracitate calzature. Sono gli scherzi della memoria: non rammento quello che, due minuti prima, mia moglie mi chiede di portar su dalla cantina e quell’immagine, non so come, mi resta attaccata al cervello. In attesa di prender messa a zonzo per l’eremo con la Pattuglia Astrale apprezzo alcune notevoli ceramiche di Della Robbia. Nei pressi del vecchio ingresso pedonale sono incise le distanze dai vicini centri. “Pieve S. Stefano miglia sette”. “Ma è tutta discesa…” aggiungereste voi per render più allegro il pellegrino. Lasciato l’eremo per raggiungere il nostro punto d’appoggio incappiamo in posto di blocco del Corpo Forestale dello Stato: è la prima volta che mi succede. Non ci fermano e mi chiedo a chi facciano la posta e , soprattutto, perché: ladri di animali, funghi o tartufi? Oggi scendiamo in auto, domani risaliremo la vallata in bici. Per le prossime due notti saremo ospiti a “Le Burgne”. Con qualche perplessità risaliamo una ripida rampa sterrata fra campi di girasoli sollevando una nube di polvere stile carovana del west e approdiamo sul panoramico crinale dove si trova l’agriturismo, posto tappa ufficiale del cammino francescano. In località “Le Burgne” a 518 metri sulla destra orografica della Val Teverina passa il cammino proposto dalla guida “Di qui passò Francesco”. Lo troviamo contrassegnato da “tau” gialli e dai nuovissimi cartelli indicatori che evidenziano, oltre le note, anche una tunica francescanamente “patchwork”. Qui il percorso è comune anche alla “Via di Roma”, quindi, poco distante dal precedente si incontra anche il segnale con le insegne papali gialloblu che chi punta a Roma dovrà seguire. I due itinerari si incroceranno più volte sin nei pressi di Poggio Bustone ove termina ufficialmente il nostro cammino francescano. Ancora non possiamo immaginare che queste sovrapposizioni saranno causa di “divertenti” salite omaggio per alcuni ciclopellegrini. Le quattro spighe de “Le Burgne”, che corrispondono alle omonime stelle della ristorazione, si vedono tutte. Attorno i declivi nei quali l’azienda coltiva la vite, mentre nei pressi del casale fanno corona ai prati le ordinate file di ulivi. Oltre al panorama c’è posto anche per la piscina. Così, mentre spiove, ci tuffiamo per un bagno ristoratore. A bordo vasca Mauro, il Nobile Mariuolo da Lessona osserva con aria distaccata Armando, Cenerentola in veste di sirena, che cerca di circuire Luciano, il Pellegrino BearLu. Con ardite proposte a base di torrone propone all’atleta stronese di portargli i bagagli. Ombre lunghe sulla collina, ultime foto e ultimi voli prima del tramonto. Gli ulivi sembrano avvitarsi verso il cielo a far corsa anche loro con i colorati uccelli che l’ultimo sole rende loquaci e giocosi. Aquiloni viventi, appesi al vento per un istante infinito, li seguo con lo sguardo mentre corrono a perdersi veloci fra gli alberi. Sansepolcro e Città di Castello appaiono nel crepuscolo lambite da un Tevere ancora giovane e per niente biondo. A cena la Sig.ra Patrizia ci mette in difficoltà, oggi non abbiamo consumato grandi energie e le portate sono così abbondanti che solo la loro bontà ci permette di non lasciare avanzi. Prevedo che domani sarà tutta un’altra battaglia…

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Diario by Pellegrino Bearlü

2 luglio 2011

Dopo aver sbagliato strada alla barriera di Milano Ovest, troviamo code tra Bologna e Imola, quindi, complice anche il tempo non favorevole, dopo aver raggiunto il Santuario della Verna (prov. di Arezzo) dove Francesco ricevette le stimmate, attendiamo che Ettore assista alla messa e poi cerchiamo direttamente l’agriturismo Le Burgne che il navigatore fatica ad individuare (che novità…) in cima ad un collinetta con tratti al 17%. Per oggi niente bicicletta, ma non resistiamo a fare un tuffo in piscina (acqua salata a 22°) prima di cena. Se continuiamo così torneremo a casa con qualche chilo in più: antipasti vari, zuppa di fagioli, penne alle zucchine e salsicce, fettina con fagiolini e patate lesse, dolce, cantucci (alle nocciole, e ai semi di finocchio) con vin santo. Dimenticavo, porzioni doppie per entrambi i primi…

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Scatti di giornata

Secondo giorno - 3 luglio 2011

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Diario by Re Leone

03 luglio 2011, fra Citerna e Città di Castello

La sala colazione è deserta ma ben fornita. Siamo tornati agli orari francigeni e ci conforta la consapevolezza di quanto siano utili le ore del mattino per guadagnare quota e chilometri senza la sferza del sole. Sansepolcro langue sotto un cielo terso e benaugurante. Riprendiamo la formazione Pattuglia Astrale costeggiando il lago artificiale di Montedoglio. Luciano Pellegrino BearLu in avanscoperta, Mauro nobile Mariuolo da Lessona e Armando Cenerentola a chiudere il gruppo. A me, Ettore Re Leone il compito di far la spola prendendomi il tempo per fotografare.  Sulla strada che sale tranquilla incrociamo più persone che, complice la giornata festiva, passeggiano con il cane, corrono o pedalano. Il traffico automobilistico è inesistente, assorbito quasi totalmente dalla superstrada che passa poco lontano. Ancora infreddoliti risaliamo e scendiamo le propaggini del poggio in attesa di scollinare a Pieve S. Stefano. I volontari della pubblica assistenza presidiano le ambulanze e si attivano, gentilissimi, per rispondere alla nostra richiesta di informazioni relative al rituale di passaggio: la timbratura. Al termine delle ricerche sarà il loro sigillo sociale a finire apposto sulle nostre credenziali francescane. Pieve ospita l’originale Museo dei Diari, raccolta di sconosciute e affascinanti pagine, scritti accomunati dalla genuinità dei racconti di vita da emigrante o saghe contadine che sarebbero scomparse nelle nebbie del tempo. La più particolare è vergata sulle lenzuola da una vedova. Il piccolo centro è insignito della croce di guerra al Valor Militare e, il 31 agosto 1917, fu immortalato in versi niente meno che da Giuseppe Ungaretti nella lirica “Dal viale di valle”:

Nettezza di montagne

risalita

nel globo

del tempo

ammansito

Dalla piazza al Tevere son poche decine di metri: facciamo tempo a scoprire il busto di un noto politico, Amintore Fanfani e la ancora funzionante fonte del tribunale che pare essere il centro della piccola città. Poche centinaia di metri a ritroso ci portano a lasciare il fondovalle per la prima salita vera di giornata. Prima che l’asfalto scompaia altri illustri versi ci prefigurano il percorso. Questa volta sono del Carducci da “Agli amici della valle tiberina”:

E tu che al cielo, Cerbaiol, riguardi

discendendo da i balzi d’Appennino.

Come gigante che svegliato tardi

S’affretta in caccia e interroga il mattin

Tu ancor m’arridi e quando a i freschi venti

Di su l’aride carte anelerà

L’anima stanca, a voi, poggi fiorenti,

balze austere e felici, a voi verrà.

Pochi tornanti, il silenzio del bosco, l’incontro con un capriolo, ci fanno affondare nel cuore verde della dorsale appenninica. Francesco saliva nel 1216 verso l’eremo di Cerbaiolo per avviare il “cambio di gestione” del monastero benedettino nato nell’ottavo secolo. Questo rammenta la terracotta inserita nel  muro in pietra del grande stabile che riporta sulla facciata a lettere cubitali la sua funzione: “Ostello Francescano”. La breve sosta ci permette di appurare che la struttura abbia, purtroppo, caratteristiche poco francescane. Nella sua recente costruzione e nei segni di precoce abbandono incarna il tipico vizio italico dello spreco di soldi presumiamo pubblici. Consideriamo che tre piani di edificio siano certamente sovradimensionati rispetto al possibile passaggio di pellegrini. Lasciate ai due gatti che occupano indisturbati l’edificio le giuste carezze ripartiamo domandandoci se fosse il caso di costruire per loro un rifugio di queste dimensioni. L’eremo di Cerbaiolo appare alto fra le “balze d’appennino”. Lo raggiungiamo, sudando abbondantemente, in poche decine di minuti. Le ultime rampe sono state micidiali per fondo e pendenza. Informo il gruppo ansimante che la sua rinascita, non solo materiale, si deve alla fede e alla caparbietà di Annunziata Chiara Barboni. Riuscì nell’opera grazie alla sua instancabile fiducia e all’aiuto di molti amici. Il panorama è stupendo ma non si intravede anima viva. Sovrasta  la porta d’ingresso  una frase pirografata nel legno: “Proteggi Dio il ceppo che la tua destra ha piantato il germoglio che ti sei coltivato” Salmo 79. Sul campanello un cartello ci offre la filosofia di approccio alla solitudine che gli abitanti dell’eremo hanno sintetizzato in poche righe: “Suonare il campanello o telefonare (segue numero di cellulare)…se non ci sarà risposta è perché si lavora sul retro e non si sente ne telefono ne campanello …abbiate pazienza e gustatevi la pace.” Più nello specifico oggi “La Piccola Compagnia di Santa Elisabetta” ci da buca causa malattia e un altro scritto prega di non suonare poiché il custode ha la febbre e per tre giorni la visita è interdetta. Carpiamo alcune foto da una finestra socchiusa. Una tavola, fiori d’arnica posti ad essiccare e due antichi ritratti resteranno le uniche immagini dell’interno. La bella giornata comincia ad assetare la Pattuglia Astrale che, dopo la vana ricerca di un rubinetto, decide di cominciare a tenere sotto osservazione il livello delle borracce. Alberi dalle radici abbracciate ai massi ci accompagnano sino al poggio e verso chi ha riedificato negli anni settanta questo edificio, uscito  distrutto dal conflitto nel ’44. Dal 29 aprile 2010 Chiara riposa nel piccolo cimitero, protetta dall’eremo che la sovrasta e con lo sguardo volto idealmente ad abbracciare tutta la valle. Una  piccola immagine sulla croce la ritrae con la piccola capretta che le faceva compagnia nella vita silenziosa dell’eremo. Chi ha posizionato la segnaletica è stato sicuramente un tipo preciso. Passo di Viamaggio ore 1.12, Sansepolcro ore 7.14, le frecce indicatrici recitano questi tempi con accuratezza degna dei migliori meeting di atletica. Rincuorati dalla relativa vicinanza del valico risaliamo in bici. Il sentiero peggiora e sale con pendenze da brivido. Solo la giusta misura della pedalata evita di metter piede a terra. Sono i tratti in cui non bastano fiato e potenza ma si rivela necessaria l’abilità sottile di Armando nello scaricare a terra tutta l’energia impressa sul pedale. Al cambio di versante il bosco offre refrigerio e la traccia diventa più agevole. Il bosco di Montalto alterna grandi querce, abetaie e slarghi prativi che si aprono sulla valle sin oltre il bacino di Montedoglio. L’altimetro consola e fra i prati in lontananza si odono rombi di motociclette. Segni di vita che, accompagnati al mezzodì, invitano a non perder tempo: La Pattuglia Astrale rimane sensibile alle esigenze del desinare. Parcheggiamo le nostre biciclette fra fuoristrada immacolati e una selezione di moto d’ogni marca e potenza. La vecchia Panda 4X4 del pastore  caricata con balle di paglia resta l’unica a denunciare un utilizzo consono del mezzo. Ancor prima dei panini al crudo e del bicchiere di rosso santifica la nostra domenica da pellegrini il sorriso della giovane dietro al bancone. L’affollato incrocio d’asfalto è una piccola parentesi vociante fra i boschi immersi nel silenzio. La legge del contrappasso impone quanto segue: per ogni occhiata impropria a quanto stava ad altezza affettatrice, e non fosse prosciutto crudo, occorre pagar pegno. Nella mezz’ora seguente alla pausa pranzo Orso BearLu viene suo malgrado iniziato al cicloalpinismo. Una ripida e non pedalabile traccia porta il gruppo al Poggio alla Croce, cima Coppi di giornata. Il tutto viene reso più memorabile dal dialogo che Orso Luciano, notoriamente parco di parole, intavola incrociando un gruppo di escursionisti nel punto più impervio del sentiero. Alla richiesta di spiegazioni su cosa ci facesse su un sentiero così scosceso con una bici a spalla recita alla perfezione il ruolo di pellegrino penitente adducendo ai peccati commessi la pena che sta scontando. Al che uno di loro fa notare che probabilmente le sue colpe devono annoverarsi fra quelle che fanno riferimento ai sette peccati capitali.  Il purgatorio non dura a lungo e allo scollinamento segue una discesa resa delicata dalla vicinanza di una recinzione in filo spinato. Quando al sentiero si sostituisce un comodo e panoramico sterrato incontriamo i primi veri pellegrini. La giovane coppia del Cilento, sul cammino da due giorni, sosta con noi il tempo per una reciproca foto ricordo e di un breve dialogo. Augurando loro buon cammino non possiamo, purtroppo, far a meno di notare in loro i primi segni di affaticamento muscolare. Sperare che riescano a dosare gli sforzi e possano giungere alla loro meta è quello che ci auguriamo in cuor nostro. Per loro la discesa verso il fondovalle sarà lunga almeno quattro volte tanto la nostra e molto più faticosa. “La Valtiberina ai caduti per la libertà”, a lato della carrareccia, uno dei tanti segni che rammenta la guerra. In queste zone il conflitto ha insistito pesantemente su persone, villaggi e città incagliandosi per mesi nello stallo della Linea Gotica.  Un ora dopo siamo a Sansepolcro, stanchi e ammirati di fronte a uno dei tanti ineguagliabili segni dell’eccellenza artistica del vostro paese: “L’ascensione di Gesù” del Perugino che con “La Resurrezione” di Piero della Francesca vale il viaggio nell’antica città della valle tiberina. La città, nella sua cattedrale, ci regala anche uno splendido “Volto Santo” crocifisso che ci riporta al ricordo di Lucca. Questa fu zona di confine fra i possedimenti medicei e lo Stato della Chiesa, la cui influenza terminava  pochi chilometri più a sud in quel di Città di Castello, da cui partiremo domani verso Gubbio.  Mentre le bronzee merlettaie  dirimpettaie di Palazzo di Città sorvegliano lo scarso traffico turistico del pomeriggio centelliniamo un gelato pregustando il tuffo in piscina e la sontuosa cena nel casale “Le Burgne”.

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Diario by Pellegrino Bearlü

3 luglioIn auto fino a S. Sepolcro.

Dopo una breve visita l’aria frizzante delle 8 ci accompagna verso Pieve S. Stefano, e sulle prime rampe il quartetto in breve diventa due coppie. È un continuo susseguirsi di saliscendi su strada praticamente parallela alla E53, con vista sul lago artificiale di Montedoglio e traffico praticamente inesistente. Dopo aver recuperato il timbro presso la Confraternita di Misericordia imbocchiamo la salita verso l’Eremo di Cerbaiolo, risalente al 706, ma ricostruito negli anni ’60 dopo la parziale distruzione da parte dei nazisti nel ’44. Pochi metri e Re Leone perde una vite del borsello appeso dietro la sella; riparazione di fortuna da parte del meccanico di fiducia e si riparte. La strada, dapprima su asfalto e poi bianca, è pedalabile fino al bivio per il valico di Viamaggio, ormai in vista dell’Eremo. Lasciato sulla sinistra il bivio, che riprenderemo più tardi, un breve ma accidentato sentiero ci porta ad un cancello in metallo che invita ad essere rinchiuso dopo il passaggio; il (mio) tentativo di arrivare fino all’Eremo in bici viene frustrato proprio nel finale. In ogni caso, gli ultimi metri sono a piedi proprio per tutti. Purtroppo il custode ha la febbre, quindi niente visita interna né timbro, ma anche negli altri giorni la visita non deve essere cosa facile visto il tenore dei vari biglietti appesi al muro. In ogni caso la vista all’intorno è notevole, e il riposo di S. Chiara nel piccolo cimitero sottostante sicuramente indisturbato. Si torna al bivio per seguire il sentiero verso il valico di Viamaggio; il fondo irregolare e alcuni strappetti costringono, chi non è un possesso di adeguata tecnica fuoristrada come il sottoscritto, al TLPM (te la porti a mano… la bici…) fin che Re Leone, impietosito dal mio tribolare (o stanco di aspettarmi…), mi regola diversamente gli ammortizzatori abbassandomi il manubrio, e da allora le cose vanno decisamente meglio. Per mezzogiorno siamo al valico, meta di numerosi motociclisti. Panino al salame di vitellone chianina e pecorino per tutti, i liquidi spaziano, a seconda di gusti e necessità, dal succo di frutta al vino rosso passando per la birra. A testimonianza dell’effettuazione del tratto, sostituiamo il timbro dell’Eremo con quello commerciale del bar… non sarà l’unico… Alla ripresa rientriamo nel bosco, ed in breve il TLPM è obbligatorio per tutti, anche quelli bravi; il sentiero sale praticamente in verticale, e dopo un po’ si arriva al TLPS (dove la M di mano viene sostituita dalla S di spalla…). All’incontro con alcuni cercatori di funghi che chiedono cosa stiamo facendo la mia risposta è: “Stiamo espiando tutti i nostri peccati: passati, presenti, e futuri”. Arrivati al culmine lo spettacolo effettivamente merita, ma nessuno mi toglie dalla mente, mentre seguiamo il sentiero lungo la cresta dei Monti della Luna, che ci sono itinerari per ciclisti e itinerari per pedoni, poi sarà anche vero, come dice Ettore, che noi siamo cicloescursionisti, però… La successiva discesa (single track), a cavallo tra bosco e prato, sarebbe anche abbastanza divertente, ma i lunghi tratti a fianco del filo spinato che delimita la zona di pascoli invitano alla prudenza se si pensa alle conseguenza di un eventuale impatto con esso. Quando sbuchiamo sullo sterrato che a porta a Germagnano, il percorso diventa decisamente più agevole fino a quando una ripida e divertente picchiata in discesa ci riporta sull’asfalto e quindi a S. Sepolcro. 52.13 km in 4h16’24” alla media di 12.1 km/h con velocità massima di 56.5 Scopriremo poi, una volta giunti a casa…, dopo attenta lettura della guida, che per la bici dall’Eremo viene consigliato il ritorno a Pieve e quindi raggiungere S. Sepolcro lungo la strada, come da noi fatto all’andata, oppure, dal valico seguire la strada asfaltata, in quanto il sentiero da noi percorso è per… camminanti… (in effetti, abbiamo camminato per un bel tratto…) Nell’attesa che apra l’ATL per il timbro, ricerca di un gelato coronata da successo al 4° tentativo (le altre 3 gelaterie sono chiuse, di domenica pomeriggio…), e l’ATL aprirà con mezz’ora di ritardo… A Città di Castello, che raggiungiamo in auto, non è che le cose vadano tanto meglio, come servizi al turista, visto che l’ATL proprio non apre, fortunatamente il timbro (quello ufficiale) lo recuperiamo in un bar, dove anche la barista merita una sosta… meno male che quella del turismo è una delle principali industrie d’Italia… intanto Mariuolo ci fa da guida  illustrando i luoghi cardini della serie televisiva Distretto di Polizia. Tornati all’agriturismo, altra puntata in piscina mentre la signora è così ospitale da farci anche il bucato. Non solo per questo motivo, Mariuolo ed io tentiamo il golpe: eleggere Le Burgne a quartier generale delle operazioni e modificare l’itinerario effettuando dei percorsi ad anello nelle varie zone che si vogliono visitare. Proposta rigettata da Re Leone per non stravolgere la “filosofia” del viaggio… Elementi a favore della nostra tesi:

  • la filosofia del viaggio è già andata a farsi benedire il primo giorno avendo saltato il tratto da La Verna a qui
  • domani dovremo portare una macchina ad Assisi e poi tornare con l’altra a Città di Castello
  • ripeteremo lo stesso andirivieni fra due giorni per recuperare l’auto lasciata a CdC
  • da Assisi raggiungeremo Spoleto nuovamente in auto

vista l’astensione di Cenerentola la proposta cade nel vuoto… ci consoliamo a cena: antipasti misti, zuppa di lenticchie e tagliatelle ai funghi (solite porzioni abbondanti… praticamente doppie), piccatina al limone con fagiolini, gelato con marmellata di ribes … eh sì, forse è meglio non fare qui il quartier generale se non vogliamo interrompere il giro per… eccesso di peso (la coppia americana all’altro tavolo non riesce a vuotare i piatti… evidentemente non sono pellegrini e non devono reintegrare…).

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Scatti di giornata

Terzo giorno - 4 luglio 2011

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Diario by Re Leone

04 luglio 2011, Città di Castello

Una giunonica figura pronta a dispensare vino e zuppa, ai suoi piedi due affaticati pellegrini testimoni di un lungo viaggio. Anche il timbro che certifica il nostro passaggio a “Le Burgne” è una piccola opera d’arte. Lo ha regalato alla Signora Patrizia un pellegrino, noto fumettista.  Giunto, provato e dolorante, ripartì pimpante grazie alle attenzioni della gestrice. Lasciamo, con il giusto rammarico, questa sistemazione imprimendo in giusta evidenza il sigillo. Partiamo da una città che presta il suo sfondo a una famosa serie televisiva che ha come protagonisti dei poliziotti per arrivare ad un’altra che offre vie e piazza ai cugini carabinieri e a un ex pistolero dagli occhi azzurri oggi parroco. Il viaggio oggi si fa metafora televisiva. Spinge ad interrogarsi sul vero e sul falso mentre il gruppo affronta la prima, vera, salita in programma. Fra le due finzioni nel mezzo è tutto vero, anche il “miracolo di Pietralunga” di cui saremo protagonisti e spettatori. Partiti stamane con il necessario per due giorni di autonomia entriamo in sintonia con il paesaggio umbro. Gubbio è meta di giornata, ritroveremo l’auto d’appoggio domani sera ad Assisi. Orso BearLu si propone come portatore trovando subito amici volonterosi che lo aiutano a riempire le borse, anche a costo di alleggerire le proprie. Saliamo ancora, lasciando il Tevere alle nostre spalle, sapendo che dovremo guadagnare l’altopiano. Abbiamo il tempo di osservare nella valle lo scorrere del fiume che ha messo in luce suggestive balze di roccia. Il gruppo  si sta confermando unito e efficace nella sua eterogeneità di animi. Cenerentola Armando non cessa la sua performance di attore consumato strappando sorrisi anche all’imbronciato Orso BearLu mentre anche Mauro, nobile Mariuolo da Lessona, comincia a carburare appieno nel suo ruolo. Non appena la strada sale alza anche la sua protesta mentre ripete umide previsioni del tempo incurante del cielo azzurro. Girasoli e grano lasciano il posto a file di ulivi che si affiancano ordinate allo stradello mentre la Pattuglia Astrale sfila superando un gruppo di austriaci che fa fronte al cammino con passo regolare. Negli scarponi rodati, nei visi sorridenti e determinati, nello sforzo con cui stanno affrontando la salita si riconoscono i segni dell’esperienza. Bastone e conchiglia non sono solo un ornamento – penso – mentre li sorpasso salutando. Lo sterrato sale con regolarità e il suo fondo accettabile non fa penare oltremisura il gruppo. La salita si alterna ai previsti mangia e bevi suscitando entusiastici commenti. Lo sterrato lascia posto a un recente brecciolino mentre continuiamo solitari dopo “i Ronchi” a cavalcare un Appennino che alterna prati, ginestre e ulivi. Poco dopo le dieci avvistiamo Pieve de Saddi con il suo complesso risalente al  IV secolo. Ho raccontato agli amici che conteneva sacre reliquie fra cui la scatola cranica di San Crescenziano capace di guarire dal mal di testa. Il cartello evidenzia l’apertura della Pieve solo alla domenica pomeriggio e inutilmente due gentili muratori all’opera nella casa accanto provano a contattare la responsabile. A questo punto Mauro si sente in dovere di esprimere la sua particolare disapprovazione all’organizzazione per avergli fatto percorrere tutta questa strada senza poter ammirare neanche “la meno sacra coda del drago” che sarebbe stata rinvenuta in loco. Incasso il colpo sorridendo, segnando mentalmente l’appunto per il futuro ed evitando di rammentare al nobile lessonese la presenza di alcune asperità di poco conto prima dell’arrivo a Pietralunga. Accelero nel seguire BearLu e in breve si riformano i due classici abbinamenti del quartetto in viaggio. Aspettiamo Cenerentola e il nobile Mariuolo da Lessona al riparo di un dosso mentre folate fastidiose di vento anticipano la perturbazione prevista in transito per domani. Proseguono le riflessioni iniziate in salita: oggi l’argomento che tiene banco verte sul futuro dei figli che crescono e ai quali si deve far metter le ali. Sinora le indicazioni non mancano, anche il tronco a bordo strada riporta fraternamente riunite le indicazioni biancorosse del CAI, gialloblu della Francigena di Roma e il tau giallo. La ripida discesa ci conduce ai piedi del colle che ospita la città. Una scalinata obbliga a scendere di sella per riguadagnare i metri che abbiamo appena perso, ma ne vale la pena perché il centro di Pietralunga è molto accogliente. La pieve del XIII secolo è solcata da una lunga cicatrice d’acciaio che ne sostiene il lato sinistro. Ferita dal terremoto anche Maria appare nell’affresco della lunetta con il manto a pezzi. Siamo appena arrivati nella piazza e Mauro sbianca accorgendosi all’improvviso di non avere più con sé la macchina fotografica. Con l’adrenalina a mille scatta felino ritornando sui suoi passi. Dove potrà averla smarrita? Mentre la caccia comincia entro nel palazzo comunale a vidimare tutte le credenziali di cui sono portatore e responsabile. Il tecnico comunale si appassiona nel raccontarmi del paese e esce con me sulla panoramica piazza ad indicare il percorso verso Gubbio. Lo seguo a metà perché sto pensando alle ricerche in corso. Con la coda dell’occhio intravedo il nobile di Lessona apparire sulla piazza visibilmente sollevato. Ha ritrovato sulla scalinata di ingresso del borgo l’apparecchio fotografico, la felice conclusione dell’episodio ci porta a festeggiare ringraziando la Madonna di Pietralunga con una preghiera e l’acquisto di pasticcini. “Questo sarà ricordato come il secondo miracolo della Pattuglia Astrale!” è il commento di Mauro. Sorridiamo rievocando il precedente fatto straordinario consumatosi fra Aulla e Sarzana[1]. Qualche chilometro più avanti, nonostante le indicazioni, ci ritroviamo sul crinale opposto rispetto alla strada prevista. Con il conforto cartografico approdiamo comunque a fondovalle dove restano da percorrere una decina di chilometri per raggiungere Gubbio. Fra gli episodi che la strada ti pone di fronte c’è posto anche per questo. Non possiamo che riflettere, come il principe Siddharta, mentre il feretro viene depositato nella chiesa che intendevamo visitare. Restiamo in silenzio a riflettere sulla vita e sui suoi sconosciuti significati mentre poco lontano sfrecciano inconsapevoli gli autotreni. Il crocevia presidiato dal piccolo edificio sacro immette su una trafficata statale che  Luciano ed io affrontiamo lanciandoci a cronometro sui saliscendi cercando, nello sforzo al limite del debito di ossigeno, di lasciarci dietro chilometri e pensieri. La brutta zona industriale che scempia la piana si interrompe alla grande rotonda che precede la porta della città eugubina. Santa Croce della Foce accoglie la Pattuglia Astrale con la tranquillità dei suoi ciottoli anticipando i sobbalzi del lastricato medioevale. Sfiliamo di fronte al grande gonfalone del quartiere di San Martino e alla sedia a rotelle da cui un anziano osserva il nostro passaggio. Non si può fare a meno di notare la coincidenza e la sensazione che Hesse sorrida in attesa fra i vicoli in penombra è tangibile. O sarà Francesco che ci spinge a riflettere oltre che a pedalare? Losanghe rosse portano ad un affaccio panoramico sui tetti mentre il muretto a cui ci appoggiamo ospita le targhe di antiche corporazioni. La piazza è viva di voci giovani, disfide incruente si consumano fra le righe gialle e le reti che delimitano i quattro campi: oggi si gioca a pallavolo sui mattoni della antica Gubbio. Tutto vero e fortunatamente nessuna traccia di Terence Hill, della tonaca di Don Matteo e del Corpo dei Carabinieri! Le camere che abbiamo prenotato sono state rese graziose e accoglienti dalle due sorelle che gestiscono la residenza di Via Dante e proprio una di queste ci accoglie. La scopriamo a condividere con la Pattuglia Astrale l’antipatia per il personaggio in jeans aderenti e stivali in pelle di coccodrillo che gestisce la sottostante locanda che ci ha accolto con un untuoso racconto farcito prestazioni sportive frustrate dal fatto di non trovare una bici adatta alla propria persona. Quando, avvicinando la spalla alla sua, ho sostenuto ingenuamente che una taglia L anche a lui sarebbe andata a pennello, giurerei di avergli visto serrare nervosamente la mascella e contrarre istintivamente la pancetta. Grazie alle indicazioni dell’affittacamere sto per scoprire il nuovo orizzonte con le pastiglie che “drogheranno” i giorni a venire. Lasciato il resto della Pattuglia Astrale a presidio delle camere mi avvio solitario verso uno dei luoghi che stanno cambiando l’Italia. Nei fumetti che colleziono erano solo i cinesi ad avviare queste redditizie attività la cui facciata nascondeva di solito loschi traffici e almeno un passaggio segreto che portava a un dedalo di cunicoli. Entro e, mentre sto per vuotare il sacco,  una voce gentile mi prende alle spalle chiedendomi se è la prima volta, annuisco lasciando che sia lei a guidare i miei prossimi, piacevoli quaranta minuti. Occhi azzurri, mani curate e altre cose al posto giusto, spiega dove lasciare il denaro, quale proposta accettare. La stupisco piacevolmente aprendo la confezione monouso che avevo in tasca  e, quando  mi invita sul divano vicino a lei, sembra conoscerci da tempo. C’è il tempo di scoprire è canadese, deve il suo ottimo italiano agli studi e ha deciso di vivere “nella patria di Dante” dove gli inverni non sono così cattivi come a nord di Vancouver. Non mento e la faccio stupire raccontando di questo viaggio e della precedente avventura francigena su due ruote. Quando finisce il mio tempo le stringo la mano e quasi mi scapperebbe di darle un bacio, ma sarebbe troppo, in fondo oggi la lavanderia a gettone mi ha già dato abbastanza[2]. Nel frattempo la fedele Pattuglia si è rifocillata avanzando, beninteso, anche qualcosa per me. Poco più tardi, a zonzo per le vie della città, mi accorgo che qualcosa non va. Non basta il racconto, non sono sufficienti gli scorci fotogenici e nemmeno il gelato. BearLu, il Pellegrino inossidabile, avanza a fatica stringendo i denti e solo in alto, sopra la cattedrale, riusciamo a fargli ammettere che non sta bene. Il muscolo chiamato piriforme non ha gradito le sollecitazioni della giornata. Sotto un cielo grigio, pieno di nuvole e di vento Luciano ci partecipa della probabile infiammazione che lo tormenta da qualche ora. Anche Mauro prende parte al discorso annunciando la sua stanchezza. Quindi, per solidarietà e in vista della possibile pioggia, prende il ruolo di lamentatore ufficiale della Pattuglia Astrale. “Mi rendo disponibile ad aspettarvi con BearLu dormendo sino a mezzogiorno mentre voi pedalate sino ad Assisi, magari sotto la pioggia, e ritornate con un mezzo a motore.” sono le sue parole. Alla prima farmacia integro i medicinali e, a sera, distribuisco un blando antifiammatorio. Dettando tempi e modalità d’uso, sull’esperienza confido sul rapido recupero del gruppo.  In camera, attendendo la cena, telefono a casa e tranquillizzo la famiglia sul percorso, il suo andamento e sui programmi dei prossimi giorni evitando di citare il piriforme.


[1] Vedi la tappa “3° giorno-Fornovo-Sarzana” alla pagina “La Via Francigena” sul sito oppure il capitolo da Fornovo a Sarzana in Diari Francigeni, Ed. Marotta e Cafiero, Napoli, 2010
[2] Cari Lettori, non troverete più accenni sulle lavanderie a gettone per due motivi. Primo: ho imparato a gestirle in autonomia. Secondo: nelle successive ho incontrato solo allievi (maschi) della scuola di polizia di Spoleto. Infine: le pastiglie sono le tavolette di disinfettante da aggiungere al detersivo. In fede, Re Leone
 
 

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Diario by Pellegrino Bearlü

4 luglio

Dopo il viavai con le auto, finalmente partiamo, e dopo alcuni km su strada in leggera ascesa, svoltiamo a destra su uno sterrato che prende rapidamente quota con alcuni tornanti fino a sbucare nuovamente su asfalto, ma sempre in salita. Mariuolo e Cenerentola si lamentano per il fatto che le borse appese alla mia bici mi facilitino nella salita su sterrato in quanto non farebbero slittare le ruote… La strada diventa un continuo saliscendi (anche se la guida la dà tutta in discesa) su sterrato largo quanto una strada normale fino a Pieve de Saddi (IV secolo), ovviamente aperta solo la domenica pomeriggio (oggi è lunedì). Mariuolo e Cenerentola si lamentano per il fatto che le borse appese alla mia bici mi facilitino nella discesa in quanto aumentando il peso mi fanno guadagnare velocità… Ripida picchiata e successiva, altrettanto ripida, salita, con conseguente ulteriore discesa (e la guida continua a segnalare solo discesa…) fino a sbucare nuovamente sull’asfalto che ci accompagnerà nella successiva, impegnativa, risalita verso Pietralunga. Quando pensiamo di essere finalmente arrivati ci attende invece una breve ma ripida picchiata, seguita da un scalinata e un’altrettanto ripida risalita al paese, dove Mauro si accorge di aver perso la macchina fotografica. Fortunatamente deve tornare solo fino alla scalinata, nel frattempo timbro delle credenziali presso il municipio dove l’impiegato, informatosi su quale strada abbiamo percorso dichiara: “Chi compila le guide è matto…”, esistono strade più facili, ma si sa… la filosofia del viaggio… È ormai evidente la differenza dallo scorso anno: la Via Francigena di è attestata da documenti storici, il nostro percorso attuale (Di qui passò Francesco) invece è costruito con altri criteri, inoltre esiste anche la Via di Roma – Via Francigena di San Francesco, e le due si intersecano spesso e volentieri… Seguire fedelmente la guida utilizzata per progettare la settimana o tracciare una nostra via? Per intanto decidiamo di seguire le indicazioni dell’impiegato che ci propone una variante al nostro percorso per evitare un bel po’ di dislivello, proposta subito accettata da Mariuolo. Purtroppo, nel suo profluvio di indicazioni, non sarà precisissimo, o noi distratti, e finiremo per allungare di qualche km la percorrenza sulla statale, ma alla fine Gubbio viene raggiunta. 55.8 km in 3h55’19” alla media di 14.2 km/h con velocità massima di 52.0 Mariuolo lancia l’idea di giornata… visto che siamo arrivati presto, perché non andare (Re Leone ed io) a CdC a recuperare la macchina, così domani, dal momento che le previsioni danno pioggia, possiamo raggiungere direttamente Assisi; in ogni caso, se il tempo ci consentirà di proseguire in bici, il recupero sarà più breve… A dire il vero la proposta mi tenta, non è campata in aria, ha una sua logica, inoltre non mi sento stanco, restano i circa 40 km sulla statale, con il traffico… e la filosofia del viaggio? L’ennesimo stravolgimento del programma? A cosa sarà servito portarmi il bagaglio, pur minimo, nelle borse appese alla bici? Non se ne farà nulla… La sistemazione alberghiera è ottima, e mentre Re Leone va alla scoperta della lavanderia (conversando con una canadese…), il resto della truppa inganna l’attesa del suo ritorno nella sottostante Locanda del Taverniere: Trescia (tipica focaccia locale) con salumi e pecorino, innaffiati da birra fresca… come direbbero Tex e la sua banda. Cibo ottimo, servizio… “vi posso portare ancora qualcosa”… Giro turistico di Gubbio alla ricerca di Don Matteo e la sua bici, con la mia maglia e i pantaloncini che assaggiano anche loro un’ottima granita alla menta, e meritato riposo in attesa della cena dove da ricordare ci sono solo gli Stringoli all’Eugubina… il vino no.

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Scatti di giornata

Quarto giorno - 5 luglio 2011

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Diario by Re Leone

05 luglio 2011, Gubbio

Alba grigia e tempo variabile, tutto come previsto. Non possiamo lasciare Gubbio senza passare dalla chiesa della Vittorina, di fronte alla quale una statua di Francesco con il lupo evidenzia la capacità di dialogo del Santo con gli animali. Entro e immagino di esser solo, partecipe e unico fruitore della tranquillità del luogo. Vivo uno di quei momenti brevi, strani e mistici quando il cuore del tempo pare non batta più. Solo adesso mi accorgo della presenza che si accompagna alle triade delle immagini sacre che hanno catturato la mia attenzione. Il frate custode sonnecchia cullato da quegli amorevoli sguardi e si risveglia allo scricchiolio delle assi del pavimento. Mi avvicino rompendo la lama di luce che univa i quattro in preghiera. Bastano le parole per richiedere il rituale timbro a far ripartire il tempo e ritrovarsi nel chiarore del giorno che nasce. Colazione fra opposti stati d’animo: pioverà, non pioverà? Via allora “Dritto per dritto, nun se può sbaglià” grazie alle indicazioni di un mattiniero eugubino percorriamo uno stradello bordato da un fosso che divide campagna e città. Le ombre muovono incerte sullo sterrato e vorrebbero farsi più incise sulla traccia d’asfalto che ci deposita ai piedi delle colline, invece svaniscono nel cielo nero inchiostro. Un vento vigoroso e cattivo annuncia l’imminente arrivo della pioggia. Il nobile Mariuolo evoca punizioni divine per aver lasciato il letto asciutto in cambio di una bicicletta che fra non molto si bagnerà. Viste le precarie condizioni meteo tralasciamo le indicazioni che ci porterebbero a impantanarci nel bosco. La Pattuglia Astrale muove con l’aiuto di Armando cuor contento che promette torroni morbidi e croccanti a un prudente e ancora contratto Pellegrino BearLu. Le prime gocce, che atterrano gravi sui  nostri caschi, ci consigliano di rimediare un tetto e di farlo in fretta. La pioggia scroscia fitta nel il cielo plumbeo.  Bagliori di lampi in avvicinamento e le note basse dei tuoni creano gli attimi che Richard Strauss rievoca nella tempesta che arriva ne “la Sinfonia delle Alpi”. La casa colonica potrebbe chiamarsi Casale della Provvidenza e li troviamo riparo sotto un balcone come i pulcini sotto la chioccia. Mentre il diluvio si scatena ringraziamo la vecchia signora che ci apre perfino la porta. Nel corridoio i suoi cani prima abbaiano furiosamente poi si quietano sotto le nostre carezze. Il vento spira da ovest e investe il casale con rapide folate spargendo pioggia a piene mani. Alla speranza di alcuni e all’incertezza di altri fa da contraltare l’infausto presagio del nobile di Lessona ormai rientrato appieno nel ruolo di Cassandra. Più filosoficamente qualcuno sgranocchia barrette e attende gli eventi. Nel paio d’ore di attesa scopriremo nelle parole dell’anziana donna la storia della casa e della frazione. Siamo ancora in vista delle torri di Gubbio e qui le piccole frazioni di S. Maria delle Colonnate soffrono del male endemico già conosciuto nelle valli alpine: lo spopolamento. Interpretiamo negli occhi velati di chi ci sta di fronte il rammarico e lo stringersi del cuore di fronte a un incerto futuro. Non più bambini e voci giovani sull’aia ma solo il lontano rombo dei tir che affrontano le prime ripide rampe della statale. Fa molto pensare questo stato delle cose comune ad Alpi ed Appennini appena fuori le zone turistiche. Parecchio si dovrà fare per rendere sostenibile la vita qua in Umbria, a Santa Maria delle Colonnate, due pedalate fuori Gubbio e già un altro mondo. Spiove e partendo salutiamo, ringraziando la nonnina. Il vento spinge oltre la collina le nuvole e bastano pochi minuti per rivedere il sole. Scritto è un piccolo abitato a seicento metri di quota; facendo sosta mi rendo conto che abbiamo mancato l’incrocio che portava all’abbazia di Vallingegno. Oltre al rammarico la Pattuglia Astrale concorda, con un assenso generale, di lasciare l’asfalto e di riprendere il percorso francescano. Una luce suggestiva rende ancor più belle le campagne umbre che ora ci appaiono come appena uscite dagli affreschi del migliore dei pittori. In queste terre, sulla traccia antica che stiamo percorrendo, anche Francesco pose i suoi passi.  Lui e i suoi frati percorsero la valle del fiume Chiascio cantando lodi a Dio senza sospettare che qualche centinaio di anni più tardi l’originaria via municipale, citata negli antichi statuti  del comune di Gubbio, venisse sbarrata da una diga. Fin qui niente di male, se non fosse che quello che vediamo sotto di noi è un bacino vuoto. Siamo perplessi nel fissare lo stagno paludoso il cui livello non raggiunge, forse non ha mai raggiunto e probabilmente mai raggiungerà la base dello sbarramento di cemento che si vede in lontananza. La traccia, che apre suggestive vedute su boschi e campi, si mantiene a mezzacosta. Gruppi di muscolose e bianche  mucche chianine pascolano accanto al tratturo che in breve si trasforma in sentiero. Procediamo senza difficoltà alternando inviti alla sosta foto a commenti sullo spreco cementizio che si avvicina. Nonostante la diga il percorso resta bellissimo e  mantiene  intatto il suo fascino. Al termine di una ripida discesa, La Pattuglia Astrale sbuca su di un asfalto inerbito nei pressi di Sambuco. Sono da poco passate le tredici e il sole adesso picchia forte. Oltre allo sbarramento un tratturo ombroso guida alla periferia di Valfabbrica. Il nome non deve evocare nel lettore il pensiero di ciminiere e opifici poiché deve la sua origine In Vado Fabricae (Vado sta per guado) al guado che fu per secoli il punto di passaggio obbligato creando le condizioni che fecero nascere il paese e il monastero benedettino di Santa Maria, risalente al IX secolo. Un consulto cartografico, quattro parole di chiarimento con un locale intento al lavoro e il viaggio continua. Proseguo nella mia carrellata fotografica e lascio sfilare il gruppo aspettando un cielo di sfondo per gli amici che ansimano sulla rampa sterrata “al venti per cento”. Il Pellegrino BearLu non attende e al bivio, forte della freccia che indica “Via Francigena di Roma”, affronta deciso la rampa successiva mentre io ancora indugio con la macchina fotografica. Una nuvola di polvere annuncia un’auto in arrivo, la fermo per chiedere ulteriori informazioni mentre il bivio si anima di altri ciclisti stranieri in arrivo. La nostra buona sorte è racchiusa nel commento del conducente: “NOOO, per Assisi non andate da quella parte che la strada si perde e l’è un giro a vuoto. Vi conviene proseguire verso Pianello e al frantoio andate a sinistra. L’è già abbastanza salita quella, date retta!” Un laborioso richiamo all’ordine e Luciano torna sui suoi passi raggiungendo il gruppo. Grandi lavori stanno trasformando la valle. In un susseguirsi di viadotti e gallerie sta prendendo forma una superstrada che presto sostituirà l’attuale statale 318. Enormi mezzi d’opera in azione e un viavai ininterrotto di camion sconvolgono i nostri prossimi cinque chilometri. Penso all’Italia, alle diverse velocità con le quali ha a che fare, mentre premo sui pedali per superare la volta prefabbricata di una galleria. Il grande cuneo polveroso della futura superstrada si perde verso l’orizzonte dividendo la pianura. Nuove lame d’asfalto fra campi di frumento, il nero sistema circolatorio della nazione si arricchisce. Per le auto rapide vie d’accesso alle città, per gli animali trappole mortali di cui siamo testimoni viaggianti. Ritroviamo nella trebbia del grano a Sterpeto un poco di tranquillità. Incrociando una vecchia cinquecento capottata mi chiedo se sia un vero incidente o un opera d’arte di devastante attualità[1]. Infine Assisi si fa vedere. Appoggiata alle verdi pendici del Subasio ci appare sfocata dalla calura. Sistemiamo il rapporto mettendo il più agile e affrontiamo l’ultima asperità della giornata. Ricompattata nel traffico turistico, per la verità inferiore alle attese, La Pattuglia Astrale traversa i vicoli che portano alla spianata di fronte alla basilica superiore. Nel verde del prato di fronte in una grande opera di Norberto, artista di Spello, un Francesco stanco abbassa la testa. Umanamente sconfitto, sta per riaprire i suoi orizzonti abbracciando l’irragionevole ragione di Dio. La gola secca, una raffica di foto e un abbraccio, così la Pattuglia Astrale festeggia l’arrivo alla meta. All’Ostello della Pace siamo in buona compagnia: una famiglia statunitense, alcune giovani asiatiche con l’immancabile guida da consultare e altri personaggi che conosceremo più avanti nel pomeriggio. A me e al Pellegrino BearLu spetta il compito di  recuperare l’auto d’appoggio e, mentre consumiamo l’andirivieni sulla trafficata E45, il resto della truppa riesce a distinguersi nel difficile compito di fare il bucato senza fare partire la lavatrice, girare il letto per non doversi annusare i piedi quando invece bastava spostare il cuscino e infine stendere i panni all’opposto della logica come i clown del circo. Il risultato finale sono lacrime su lacrime, non si riesce a smetter di ridere e i siparietti non sono ancora finiti che arriva l’ora di cena. Condividiamo con una simpatica coppia barese di Terlizzi tavola e conversazione. Dal pane di Altamura, alle orecchiette, alle cime di rapa, Puglia e Piemonte rapidamente diventano regioni confinanti in ragione di reciprocità culinarie mediate dai bicchieri di sangiovese che inframmezzano la buona cena nell’Ostello della Pace.  Dopo cena i dialoghi prendono dimensione europea con percorsi di strada e di vita iberici. Chiacchieriamo con due simpatici spagnoli sono anche loro in bicicletta e percorrono il tragitto della “Via Francigena di Roma”. Scopriamo che oggi ci precedevano di qualche ora e al famoso bivio in salita (ricordate? “NOOO, per Assisi non andate da quella parte…”) hanno continuato, seguendo le indicazioni: il percorso segnalato si è rivelato presto non pedalabile, costringendoli a una faticosa scalata con andirivieni per recuperare di volta in volta bici e bagagli. Arrivati, lo leggo nei loro occhi, stremati alla meta, ora stanno chiedendo a noi ragguagli per decidere il percorso da effettuare da qui a Roma. Con bici da strada e bagagli “francigeni” non pare saggio farli insistere sul fuoristrada. Considerazioni  che condivido prima con Armando e successivamente confermate da tutta La Pattuglia Astrale. Sistemati i dettagli del percorso, ci buttiamo in appassionate riflessioni centrate su comuni interessi. Entrambi sono insegnanti, uno alle superiori e l’altro maestro elementare. Soffrono sinceramente insieme nel declinare i motivi della crisi economica e di valori della Spagna contemporanea. Non si può fare a meno di trovare molto anche d’Italia in quelle descrizioni compresa la determinazione a dare tutto per trovare una via d’uscita. “Senza la notte non vedremmo brillare le stelle” dice qualcuno. Significativo trovare condivisione nelle difficoltà e scoprire che è comunque possibile riunire persone diverse impegnate a condividere speranze per i propri figli. Speranze da raccogliere sui gradini bassi della vita e da santificare, sullo stile di Francesco, nella fatica quotidiana con spirito gioioso, lo stesso con cui brindiamo alla pedalata di domani. Prima della buona notte resta ancora il tempo di fotografare Assisi in veste notturna, di spostare qualche mobile ridendo fino alle lacrime e di distribuire una tachipirina preventiva a tutto il gruppo.


[1] Era, purtroppo, un incidente vero. L’ho scoperto il mese successivo ripassando da quelle parti.
 
 

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Diario by Pellegrino Bearlü

5 luglio

La temuta pioggia sembra risparmiarci, le nuvole che si andavano addensando ieri sera sembrano volerci risparmiare, e quindi partiamo fiduciosi con visita alla Chiesa della Vittorina, sorta sul luogo dove Francesco incontrò il lupo. Sosta colazione con la barista che ci chiede se siamo ciclisti… no, è che ci vestiamo così abitualmente…, ma alla ripresa scrutiamo preoccupati il cielo che non promette nulla di buono: fosche nubi si addensano velocemente, e dopo circa mezz’ora, appena attacchiamo la salita verso Vallingegno… acqua. Fortunatamente siamo vicini ad un casa, e  sotto i suoi balconi troviamo riparo per un paio d’ore, fin quando in cielo non compaiono alcuni sprazzi di sereno che invitano a ripartire. Tralasciamo i commenti sul fatto che se avessimo avuto la macchina ecc ecc… Quando ripartiamo, con la strada che guadagna leggermente quota, poco alla volta ci liberiamo di kway e antivento, per poi scendere verso il Lago di Biscina, bacino artificiale costruito per scopi irrigui e mai riempito completamente per mancanza di sufficiente apporto idrico, ennesimo esempio di italico spreco … Ad un primo lungo tratto di strada bianca segue una stretta scalinata e poi sentiero nel bosco (single track) per lunghi tratti pedalabile, con casco che salva i ¾ della compagnia da un ramata in testa. Tornati su asfalto, e lasciato alle spalle il bacino che probabilmente servirà almeno da rifugio per l’avifauna stanziale e di passaggio, dopo un paio di bivi amletici, tra un percorso francescano e l’altro, seguiamo le indicazioni di un villico che ci informa come il percorso segnalato dalla nostra guida sia decisamente impraticabile in salita per il terreno sconnesso (lui di solito la fa al contrario, cioè in discesa), e allora ci consiglia una deviazione che ci spedisce su una breve rampa al 20%, che ovviamente supero senza problemi visto che le borse non mi fanno slittare le ruote… anche se è su asfalto. Dopo circa 100 metri in piano si arriva ad un bivio dove un cartello della Via di Roma indirizza verso un’altrettanto dura rampa che però sembra più lunga, mentre l’altra strada va via in piano. Imbocco la rampa e comincio a salire… in alcuni tratti sembra anche più ripida, ma non sapremo mai se lo era in quanto non ho strumenti per calcolare altimetria e pendenza, e quando arrivo in cima mi chiamano con il cellulare per dirmi che devo tornare indietro, da un altro villico i miei compari hanno appreso che la strada che sto facendo arriva sì ad Assisi, ma facendo un giro più lungo… Ora il prosieguo del viaggio non mi fa più paura, anche se ci saranno pezzi che io farò a piedi per problemi tecnici, potrò sempre dire che questa salita loro non l’hanno neanche tentata… Dopo alcune divagazioni arriviamo finalmente ad Assisi ed in attesa che apra l’Ostello della Pace (alle 16) raggiungiamo la basilica per l’apposizione del fatidico timbro e un meritato ristoro al bar. 56.44 km in 4h04’13” alla media di 13.8 km/h con velocità massima di 50.3 All’ostello la signora s’incuriosisce sugli strani animali che campeggiano sulle nostre maglie (come successe lo scorso anno a Lucca), e dopo la doccia, mentre recuperiamo l’auto a CdC, il resto della truppa si dedica al bucato. Tra quattro chiacchiere con la signora, e due birre, dopo circa mezz’ora si accorgono che la lavatrice non è partita… nel frattempo hanno avuto modo di discutere su quale sia la posizione migliore per orientare la testa durante il sonno, fino a giungere a scambiarsi le brande, salvo poi accorgersi che sarebbe stato sufficiente… spostare il cuscino sull’altro lato. Infine brevettano un nuovo metodo per stendere il bucato, non sarà molto conveniente, ma sicuramente più divertente… per chi li osserva… Prima della fine della cena una coppia di Bari, compagna di tavolata, complice anche l’abbondante vinello, viene informata sulle peripezie dei Ciclisti da Osteria, e due ciclisti spagnoli ci confermano che la salita da noi evitata (non quella da cui mi hanno fatto tornare indietro) era veramente terribile con pezzi più ostici di quello della prima tappa. Con loro si accenna anche al Cammino di Santiago mentre chiedono informazioni su quale sia la strada migliore per proseguire fino a Roma. Cena qualitativamente migliore che a Gubbio, pur priva di specialità locali, e a metà prezzo…

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Scatti di giornata

Quinto giorno - 6 luglio 2011

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Diario by Re Leone

06 luglio 2011, Assisi

Alba umida, i temporali notturni hanno lasciato una nebbia sottile che avvolge il cortile. La ghiaia canta al nostro passaggio mattutino mentre gli ospiti dell’ostello dormono ancora. È necessario e prudente operare un adeguato controllo mezzi. A me, Ettore alias Re Leone, lavaggio e ingrassaggio, al meccanico ufficiale, Armando detto Cenerentola, il lavoro di brugole e cacciavite, mentre camera e bagagli sono appannaggio di Mauro, nobile Mariuolo da Lessona e di Luciano, il taciturno Pellegrino BearLu. Anche oggi la buona stella e il controllo preventivo hanno salvato da guai maggiori La Pattuglia Astrale: il filo del freno posteriore di Luciano stava per saltare, grazie Francesco e …bravo Armando! “Tazze sbagliate e troppo latte nel cappuccio”: questa sentenza tronca senza appello le speranze del bar di Assisi di entrare a far parte del gotha dei locali a cui il Nobile da Lessona rilascia il suo insindacabile bollino di qualità. A porta dei Cappuccini si sceglie, e non sono io a proporlo, di salire all’Eremo delle Carceri per il sentiero in una selva fitta di querce e di lecci. Dai quattrocento metri di Assisi città agli ottocento dell’Eremo accade di tutto. Non sono certo di aver pedalato per più di un chilometro e già scatto fotografie a ripetizione fra lame di luci magiche, sono invece sicuro che senza una provvidenziale spinta non sarei stato in grado di ripartire. La pendenza estrema e un fondo di terra smossa che avvinghia gli pneumatici costringono ognuno di noi a dare il meglio per rimanere in sella. Sgranano gli occhi i giovani tedeschi che superiamo lentamente, poi applaudono e ci incitano con passione. Buchiamo le nebbie mattutine spingendo la bici imperlati da goccioline di traspirazione e di umidità. La prima meta di giornata sarà conquistata sudando abbondantemente. Il luogo di ritiro di Francesco e dei suoi primi compagni offre serenità e raccoglimento nonostante un frate poco accogliente che ci rifiuta dell’acqua e si barrica dietro lo schermo tecnologico di un portatile senza degnarci di uno sguardo. Lasciamo il piccolo convento eretto da san Bernardino da Siena nel 1426 con la certezza che l’abito non fa il monaco. Ha il ginocchio dolorante e le lacrime agli occhi, la giovane escursionista che gli amici cercano di consolare. Merita anche il conforto della Pattuglia Astrale mentre riempiamo, a pagamento, le borracce. Ritroviamo slancio nella salita che con ampi tornanti e senza eccessiva fatica porta il gruppo oltre il regno degli alberi sino agli ampi prati del Subasio. Attraenti e innocue nuvole bianche arricchiscono i prati di ombre cangianti mentre i nostri orizzonti si allargano spaziando sul puzzle di campi, prati e città. Oltre la pianura appare il monte Amiata e la corona azzurrina dell’Appennino che si confonde nel cobalto del Trasimeno. Il giro d’orizzonte termina incrociando gli sguardi della simpatica coppia con la quale posa tutta la Pattuglia Astrale in un meritato autoscatto. La giovane alza la sua bici da corsa oltre il capo a mo’ di campionessa e Armando/Cenerentola non ci mette più di un secondo a mettersi accanto a lei allo stesso modo suscitando ilarità e un’altra raffica di scatti. Il loro prudente rientro verso l’asfalto ci lascia soli nel lungo rettilineo inquadrato dal viola dei cardi, terminato il quale scollineremo tornando nell’afa della pianura. Indugio fotografando più volte il terzetto appaiato che alla fine scompare oltre l’orizzonte. Ricordo il tragitto notturno che feci con Federica, silenziosi verso l’alba a cogliere dalla croce del Subasio la bellezza di un cammino che ancora prosegue nella vita di coppia. La discesa su Spello lascia il tempo di un incontro con una coppia di pellegrini accaldati e in procinto di ustionarsi sotto il sole a picco. Le memorie romane iniziano fra terrazze coltivate a ulivi. Uno dei muri di contenimento nasconde nei suoi quattro chilometri di serpeggiamenti i resti dell’acquedotto che portava la linfa vitale alla città. Nel tempo del mezzogiorno, con il sole a picco e i morsi della fame, non esiste archeologia che possa fermare La Pattuglia Astrale lanciata alla ricerca di cibo. Il piacere stesso di ritrovarsi seduti a tavola, dopo aver saziato il gourmet nascosto in ognuno di noi, è paragonabile al piacere che altri mettono nel osservare archi a tutto sesto e affreschi pluricentenari. Con soddisfazione di tutti, cibo e vino sono stati all’altezza del nome del locale: “Il Pinturicchio” di Spello. In particolare Mauro, il nobile lessonese che ho di fronte, sorride appagato dopo aver avuto ragione della trippa che aveva nel piatto. Non è il caso di sottoporre ad un esame critico il rapporto che può esistere fra il ciclista e la tavola. La digestione avviene con tutti i carismi della legalità, La Pattuglia Astrale si rimette in sella dopo aver smaltito con una lunga pausa buona parte dell’ottimo sangiovese e, pochi chilometri dopo, la cupola dorata di Santa Maria delle Grazie è in vista. La Porziuncola, suggestiva e silenziosa, regala l’emozione di sostare in uno dei luoghi simbolo della storia e, se i nomi sulla “Strada di mattoni rossi” che porta ad Assisi non sono tutti facilmente leggibili, non importa: sicuramente da lassù Francesco li conosce a memoria. Dopo cena, a notte fatta, resta il tempo per una passeggiata fra le strade di Assisi. Fra gli archi di Santa Chiara le ombre moltiplicano i passanti. Quasi un miracolo visto che di gente in giro non se ne vede molta. La luna indugia sulla piana tiberina, sulle tracce invisibili che portarono Francesco a diventare un “folle di Dio” e, infine, illumina i visi dei pellegrini ricordando loro quanto breve è la notte e quanto lungo il cammino.

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Diario by Pellegrino Bearlü

6 luglio

Al risveglio siamo avvolti dalla nebbia che, durante la manutenzione/lavaggio bici, si dirada un po’, colazione alle porte di Assisi e poi il dubbio: salire all’Eremo delle Carceri seguendo il sentiero o l’asfalto? Al bivio il sentiero è invitante: largo e con fondo in terra… propongo sentiero e Mariuolo, che non sopporta l’asfalto, approva… si và… mai fatta una salita simile… perché non sono stato zitto come mio solito? All’inizio mi metto dietro buono buono, ma non riesco proprio a salire così lento, allora affianco Re Leone che probabilmente non aspettava altro; viaggiamo per un po’ affiancati, poi in fila per alcune macchine che scendono, e quando si ferma per le foto di rito penso che su una pendenza simile non riuscirei a ripartire, così proseguo. Quando raggiungo un gruppo di ragazzi tedeschi che stanno salendo a piedi mi sembra di essere al Tour o al Giro d’Italia dal momento che alcuni di loro si mettono a correre a fianco incitandomi per pochi metri, perché poi si fermano, prendono fiato e ripartono… Ad un bivio un altro gruppo fermo mi fa i complimenti ma nel passarli devo rallentare e poco oltre decido che per oggi può bastare… ho già superato i miei limiti. Proseguo TLPM (sarò stato a 1/3, massimo metà salita…) su single track con terreno che diventa scivoloso e con parecchie pietre affioranti, cambiando ogni tanto lato, in modo da lavorare simmetricamente a livello muscolare, e 3-4 volte devo anche sollevare la bici per superare degli scalini in pietra. Quando il sentiero esce dal bosco e sembra spianare aspetto gli altri. Riunito il gruppo apprendo che Re Leone per ripartire dopo le foto ha dovuto ricorrere ad una spinta e anche gli altri sono scesi di bici dove sono sceso io… Fortunatamente il sentiero diventa ora pedalabile fino a raggiungere la strada che ci porta con una breve discesa all’Eremo. È veramente un posto fuori dal mondo, anche se ora si arriva con la macchina, e non si fatica ad immaginarlo come posto meditativo. Come dice un prete sulla porta ad altri pellegrini, questi posti venivano scelti proprio per la loro posizione non lontanissima dai paesi, quando era stanco Francesco veniva qui a ricaricare le pile avendo sempre sotto gli occhi da dove veniva e dove sarebbe tornato… Dopo essere stati ripresi da un frate perché fotografavamo l’interno dell’Eremo, e aver appreso che non avremmo potuto riempire le borracce se non comprando l’acqua al chiosco all’entrata, riprendiamo la marcia sull’asfalto che sale gradualmente, senza particolari strappi, fino ad uscire dal bosco e poi diventare un sterrato, sempre ampio, che attraverso i pascoli porta ai quasi 1300 del M. Subasio con ampio panorama a 360°, e temperatura gradevole con qualche nuvola a fare un po’ di ombra. Proprio in corrispondenza dello scollinamento troviamo una coppia di tedeschi saliti da Assisi con bici da strada che per questo rinunciano a scendere verso Spello, pur avendolo preventivato, in quanto un altro ciclista li ha appena avvertiti della presenza di ghiaia sull’altro versante. In effetti hanno fatto la scelta giusta, la strada continua ad essere ben tenuta, ma con i loro mezzi ci sarebbe stato il rischio di forature e problemi di tenuta di strada se avessero preso velocità come facciamo noi. Dopo un lungo tratto torniamo sull’asfalto che presenta diversi tornanti, e, dopo Collespino, anche tratti abbastanza lunghi e ripidi da sfiorare i 60 km/h che non riescono però a mitigare le folate di aria calda che ci vengono incontro. A Spello ci concediamo il primo vero pranzo del viaggio a “Il Pinturicchio”: 2 antipasti (da dividere in 4… poi c’è da pedalare…), 3 Penne al pomodoro, ricotta, olive e melanzane, e 1… trippa per Mariuolo (chissene… del pedalare, dichiara di essere disposto, per un piatto di trippa come Dio comanda, di metterci l’inverosimile a percorre i km mancati). Completano il tutto 2 ottime bottiglie di Sangiovese (13,5°) e 3 di acqua ad un prezzo veramente accessibile. Mentre Re Leone va alla ricerca dei Piccoli Fratelli che lo hanno ospitato in passato, ci concediamo un ghiacciolo sulle panchine dell’ombrosa piazza. Quando finalmente riusciamo a ripartire (la cameriera era stata facile profeta “se ce la fate…”), dopo aver trovato un timbro (dalla Società Cooperativa Sistema Museo…), arrivati al piano Re Leone si accoda ad un paio di ciclisti (“comodi loro… non hanno mangiato la trippa…” Mariuolo dixit) che mi fanno faticare un paio di km per accodarmi proprio mentre… arrivano a casa… Aspettiamo ad un bivio il resto della compagnia e ci dirigiamo a Santa Maria degli Angeli con annessa Porziuncola. 47.56 km in 3h41’45” alla media di 12.8 km/h con velocità massima di 60 Serata con gelato ad Assisi.

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Scatti di giornata

Sesto giorno - 7 luglio 2011

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Diario by Re Leone

07 luglio 2011, Val Nerina

“La Tappa che non c’era” sarà la più breve della settimana ma indubbiamente la ricorderemo e non solo per le lenticchie. La “Tappa che non c’era” nasce alle Fonti del Clitunno durante la colazione. Oggi siamo fuori dalla traccia ufficiale francescana. Facendo un passo indietro avevo proposto di metter le ruote sul “Gottardo dell’Umbria”, la ferrovia Spoleto – Norcia,[1] e avevo chiesto informazioni agli amici del CAI spoletino. La risposta non si era fatta attendere. Ci portavano a conoscenza di una frana in galleria che interrompeva il percorso. Stesso sconfortante esito avevano avuto le successive notizie reperite attraverso il portale “www.bikeinumbria.it”. Ancora a fine giugno non si parlava del ripristino della traccia e della transitabilità dell’itinerario. Il bello stabile invoglia alle salite e allora, con il beneplacito del nobile lessonese, si punta ai Monti Sibillini. Nonostante il fuori programma troveremo Francesco lo stesso. Dopo un ora di trasferimento in auto e nonostante “la signorina” del navigatore cerchi più volte di farci perdere la strada, sbarchiamo le bici. I nomi Benedetto e Scolastica suonano famigliari e amichevoli a Norcia, paese natale dei santi gemelli. Terra sismica quella norcina: la valle del Sordo sin dai tempi più antichi convive con i terremoti. Le case più antiche, limitate per legge pontificia in altezza, si appoggiano ai muri possenti e agli archi di contenimento; oltre la cerchia medioevale appare ancora qualche segno dei sismi più recenti, del 1997 e del 1979.  Finalmente si comincia a salire, la strada che porta da Norcia a Forche Canapine è spettacolare. Arrampica regolare e priva di traffico verso uno dei luoghi scelti dal regista Zeffirelli per ambientare parte delle riprese del suo film sulla vita di San Francesco. Quando alzo il braccio al cielo a indicare il grande rapace che volteggia annunciando che probabilmente è un gipeto, non prevedo due cose. La prima è che non mi credano facendo spallucce, ma questa ci sta tutta. La seconda, meno prevedibile, è che proprio per sottolineare il loro pensiero, trasformino questo avvistamento in storia favolistica. Nasce così “Gipeto e Penocio”, versione veneziana della nota favola del bambino di legno e del suo papà a cura di Mariuolo e Cenerentola. Del felice risultato della re immissione da queste parti del grande volatile pare non interessare molto a nessuno, pazienza. Proseguiamo. Poco oltre la casa cantoniera si svolta a destra; sono curioso di scollinare per vedere l’effetto che farà sul gruppo l’insolito paesaggio. Come capitò anche a me trent’anni or sono vedo i volti sorpresi di fronte all’orizzonte che si apre poco oltre il Rif. Perugia. Qui si perde facilmente il senso dello spazio, le distanze vengono falsate e, se pare di essere arrivati, in realtà la strada da compiere resta lunga. Tesoro nascosto fra i Monti Sibillini l’altopiano carsico è una tavolozza infinita di colori sulla quale volano aquiloni sgargianti. Madre Natura ha disegnato i Piani di Castelluccio. In precedenza i campi che vediamo furono il fondo di un lago e il “Fosso dei Mergani” e “l’inghiottitoio” i luoghi attraverso i quali l’acqua si perdette, tempo addietro, nella spugna carsica della . Immagino prima lo sgomento e poi la gratitudine per i nuovi campi da parte degli abitanti; ci scambiamo pedalando questi e altri stupori conversando sul crinale che stiamo risalendo. Questa prua di nave si alza sui piani di Castelluccio incuneandosi nella piana. Di fronte alla Pattuglia Astrale si erge “la fabbrica delle nuvole”, questo il nome che da sempre gli abitanti del luogo attribuiscono alla vetta del Monte Vettore, dove le correnti umide provenienti dall’Adriatico si condensano formando la tipica calotta  bianca. Il “piccolo Perù” affascina e regala immagini spettacolari. Piano piano il piccolo centro di Castelluccio si avvicina e prendono forma sia i parapendio che i deltaplani del campo volo. Le prove di ascesa si susseguono nell’area protetta dai venti: l’arco naturale della collina e il fondo morbido erboso proteggeranno i nuovi icari fino a che non saranno pronti per i voli oltre il crinale a sfidare il vuoto e i venti più insidiosi. Anche l’atterraggio della Pattuglia Astrale sul piano dell’antico lago è morbido e prepara alla festa di colori che si sta svolgendo ai piedi del paese. Dal celeste che in lontananza sembra prevalere si passa al  giallo verde, ai toni sorridenti e rosso vivi del papavero. Per quanto fotografi, non sono in grado di replicare quanto vedo, spettatore impreparato di fronte a questa sacra bellezza. Vorrei che ogni fiore colorato scendesse dagli occhi nelle vene a rinvigorir il sangue e a caricar lo spirito dei giorni bui. Vorrei che il verde cupo dell’erba che danza nel vento ci prestasse il suo ritmo lento e sensuale. Vorrei saper raccontare queste emozioni. Ringrazio Dio del creato, gli amici di avermi portato sin qui e gli uomini di quassù, dell’amorosa cura con cui hanno impedito che queste “terre alte” fossero violentate da altre mani avide più di denaro che di emozioni. Ma le labbra tacciono e la penna spegne il suo tratto nelle poche righe del diario di bordo. Questo è l’effetto che fa oggi questa terra, la stessa che ospitò Francesco, la stessa che accarezziamo adesso calcando  con le nostre ruote il bordo di questo catino naturale. Due ore più tardi, a venti chilometri di distanza, ottocento metri di quota più in basso, a mezza strada fra santi e briganti, quattro ciclisti si fanno fotografare in mezzo ai maiali di una famosa norcineria. Anche questo è un effetto di questa terra.


[1] La Spoleto – Norcia fu dismessa nel 1968. Si trattava di una spettacolare linea ferroviaria di montagna con viadotti, gallerie elicoidali e altre opere d’arte che permetteva ai convogli di vincere pendenze fino al 46 per mille. Oggi, nonostante gli sforzi di molti e l’interesse di moltissimi escursionisti e cicloturisti, questa spettacolare opera ingegneristica rischia seriamente di non poter esser più percorsa integralmente.
 

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Diario by Pellegrino Bearlü

7 luglio

Durante la colazione alle Fonti del Clitunno, Re Leone sembra convincersi che il prospettato transito sul sedime dell’ex ferrovia Spoleta-Norcia presenta troppi rischi; tutti quelli che ha interpellato gli hanno detto che non è transitabile, o forse a fatica, per via di una frana, e allora si cambia programma. Proseguiamo quindi fino a Norcia, e poi verso Forca Canapine fino a 4/5 km dallo scollinamento dove lasciamo le macchine. Mentre ci prepariamo arriva un ciclista che conferma l’impossibilità di effettuare il percorso preventivato, non tanto per la frana quanto per la privatizzazione di un tratto di esso, e ci dà alcune indicazioni su cosa potremmo fare. Affrontiamo quindi senza sensi di colpa (ma quando mai…) la salita fino al bivio per l’Itinerario degli Altipiani; ancora un paio di km di salita e poi lo spettacolo è veramente mozzafiato: una conca, creata da un lago prosciugato, contornata dai monti Sibillini, e sullo sfondo Castelluccio, il paese famoso per le lenticchie, con ai suoi piedi distese colorate di rosso (papaveri), blu (fiordalisi), gialle (erba medica) e nella conca greggi di pecore; a dominare il tutto una grande Italia disegnata con gli alberi sul fianco di uno dei rilievi . Dopo aver percorso brevemente il crinale che separa la conca grande da quella piccola, seguiamo un sentiero a mezza costa affacciato su quella grande, e poi discesa libera su prato fino a raggiungere uno sterrato che seguiamo per un tratto finché decidiamo di tornare indietro perché non abbiamo la minima idea di dove stiamo andando, e allora ci dirigiamo verso Castelluccio, sotto al quale ci fermiamo di fronte allo spettacolo dei campi fioriti. Vista l’ora decidiamo di tornare al passo per pranzare al rifugio incontrato al mattino, dove, dopo l’immancabile piatto di antipasti, gustiamo la zuppa delle famose lenticchie… of course. Mentre gli altri scendono in macchina, mi godo i 20 km di discesa verso Norcia entrando a tutta velocità nelle vampate di aria calda che sale dal basso. 43.23 km in 2h46’46” alla media di 15.5 km/h con velocità massima di 56.7 Visita a Norcia, dove i salumi ti assalgono da ogni angolo, avvolti da una calura per noi difficile da sopportare dopo la frescura della mattinata. Ci soccorre un ottimo gelato (ma anche la gelataia non è male…) seguito da acqua e menta. Raggiunta Spoleto in auto, sistemazione nella Casa di accoglienza di S. Ponziano, praticamente un monastero trasformato in albergo dove ci raggiunge il Marchese della Prolunga. Cena al Ristorante dei Pini con ottime fettuccine seguite da carne e crema catalana… non brulé ma con creme caramel. Peccato per il vino rosso servito freddo, ma i 20 € pagati ce lo fanno appuntare per un ritorno.

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Settimo giorno - 8 luglio 2011

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Diario by Re Leone

08 luglio 2011, Spoleto

Bravo Gianni, solitario evaso dalle sbarre della fabbrica. Bravo Gianni, a non soccombere al ritmo incantatore del lavoro. Bravo Gianni, a raggiungere La Pattuglia Astrale. Bravo Giannino, appena arrivato ieri nella sera dolce di Spoleto e… già pronto a rientrare a casa. Mica tutti riescono a far fronte ad un furto con destrezza subito, a cinquecento chilometri di distanza, da una moglie maestra. Non un solo santo è sceso ieri sera dal paradiso nemmeno dopo la decima telefonata. L’anglosassone controllo totale che ha dimostrato nel gestire la cabina di regia lo ha di fatto elevato, ai miei occhi, a un essere superiore. Non saprei dirvi dove potreste trovare una persona più sorprendente e commovente di Gianni, capace di dirigere una maestra come in un film[1], fra banche, fabbri e telefonini. L’uomo, forte, ma non indistruttibile si piega solo a tarda sera di fronte alla tavola. Alzando il bicchiere per la terza volta, lo sguardo incrinato appena dalle frasi ironiche degli amici, dice in un fiato: “Vada a quel paese  la dieta. Cameriere, per favore…”. E a notte, solo le ombre amiche di un portico medioevale potranno testimoniare le ultime parole buttate dietro l’angolo. L’alba ci strattona e obbliga lo sguardo a rincorrere la luce. Sopra la doppia fila di archi del chiostro la rocca, verso la collina, è ancora preda dell’ombra. La città muove verso il giorno mentre attraversiamo la zona industriale spoletina. Illuminate dai raggi del sole intravediamo i nomi delle trasversali che incrociamo. Sanno di acciaio e sudore. Sono le strade degli operai a riempire la valle, chilometri di polvere accanto ai capannoni e alle lamiere rugginose. Tutto intorno gli ulivi si affacciano sulla statale 418 appena sfiorata dalla ferrovia. Poche pedalate e irrompono sullo scenario le onde gialle e ordinate dei girasoli. La salita comincia così, a Madonna di Baiano, fra le ombre dei lecci e piccole frazioni ristrutturate di recente. Gianni avanza nel gruppo con il suo caratteristico incedere a bocca aperta, nessuno parla aspettando che inizi lo sterrato.  Le “Terre Arnolfe” si presentano con sedimenti sabbiosi colonizzati a fatica da un magro sottobosco. Ultimo ristoro prima del verde: Macerino. La Pattuglia Astrale finalmente al completo trova pane, prosciutto e vino. La simpatica vecchietta gestisce l’unico negozio del paese che conta quattro, proprio così, quattro abitanti. Terni è solo a venti chilometri, ma pare di essere a mezza strada fra la terra e la luna. La cartina e l’accurata descrizione dell’itinerario non tolgono tutte le preoccupazioni sulla giusta rotta.  Siamo sulle tracce di una storia che comincia con alcuni eremiti siriaci e prosegue con i monaci benedettini che scoprono la quiete e il mistico potere di questi boschi. Ai piedi del Monte Vagliamenti  una radura si apre fra le pieghe verdi e infinite di questo Appennino che somiglia alle foreste di Emilio Salgari. L’uomo costruisce e dimentica, l’eterno giro del tempo sta nascosto anche nel prato abbandonato di Casa Cancelli. Un paio di incontri motorizzati nel mezzo del bosco, prima con un grosso fuoristrada di Terna, società che detiene il controllo delle linee che trasportano l’alta tensione, con a bordo un tecnico impegnato a controllare un elettrodotto  e poi con un ancor più grande trattore, ci portano al tratto più impegnativo della giornata. Spingo la bici sulla salita “impossibile da pedalare”, mentre il veicolo agricolo affronta il pendio con la ridotta e, per bilanciarsi, con un carico di legna distribuito fronte retro. Slavi, albanesi e italiani convivono nella dignità dei lavori agresti e nella fatica che accomuna queste persone impegnate nel taglio del bosco. La traccia erosa dalle piogge è diventata adesso una comoda strada bianca, in compenso i tau gialli sembrano spariti. Solo l’apparire improvviso alla nostra destra del cancello certifica che siamo arrivati alla prima meta di giornata: “il Machu Picchu italiano”. La Romita di Cesi esce dall’oblio dei secoli nei primi anni novanta. Fra Bernardino con l’aiuto di un gruppo di amici teutonici  ripristina il complesso sorto attorno all’antica cappella dove otto secoli fa Francesco a sua volta aveva recuperato il lascito benedettino. Fra queste mura, nella radura, nel bosco ,in questo silenzio nacquero le strofe anticipatrici del Cantico delle Creature. Un vialetto erboso precede l’ingresso. Gigli e margherite fioriscono a corona del frutteto, su un piano leggermente rialzato c’è l’orto e li Francesco ci accoglie con le braccia alzate al cielo e una colomba che si invola. Con il saio, il cingolo e i tre nodi sul cordone che scende sino ai piedi, una statua bronzea del Santo presidia le verdure. Uno spicchio di campi e colline si intravede nell’intaglio fra il bosco e la parete di roccia bianca su cui posano le fondamenta degli edifici del monastero. Nel mezzo della costruzione, protettivo e imponente, il grande cedro del libano. “L’acqua alla Romita è un bene prezioso, usala con criterio. Grazie.” Non c’è fonte alla Romita e la pioggia viene raccolta per l’irrigazione. Un piccolo cortile introduce alla cappella che accoglie il visitatore con un abbraccio affettuoso e discreto. Dentro si può immaginare il santo, assorto a pregare dopo il lavoro, una preghiera quieta, necessaria e confortante. Una giovane ci invita sorridente a entrare. Nell’ampio refettorio la cucina funziona a pieno ritmo mentre Fra Bernardino, all’ombra del cedro del libano, sta dialogando in tedesco con un gruppo di pellegrini d’oltralpe. Uno sciroppo di menta fatto in casa, anzi in Romita, disseta La Pattuglia Astrale. È il regalo prezioso della coppia che la scorsa settimana ha soggiornato qui in viaggio di nozze. Grazie amici ignoti e Buon Cammino nella vita anche a Voi. E l’acqua? da dove arriva il prezioso liquido? “Ohè, noi andiamo con le taniche a prenderla alla fonte San Gemini giù in valle.” ci dice la giovane amica sorridente mentre invita a riempire di nuovo i bicchieri. Quanta differenza dalla fredda accoglienza nell’Eremo delle Carceri! Ma qui non siamo turisti, siamo pellegrini e non è diversità da poco. Una piccola offerta, una foto ricordo e un ultimo saluto all’altare con il tau che ricorda la via da seguire. Sei l’ultimo e, nel chiudere il cancello verde, ti volti ancora a respirare i colori e il silenzio di Cesi. Concentrazione, occorre restare concentrati sul sentiero che scende tra i sassi. Cenerentola ha già assaggiato la terra fra i massi, per fortuna con conseguenze limitate. Il tratto tecnico si conclude con una foratura, la prima del viaggio e sarà anche l’ultima. Carsulae è un grande e importante sito archeologico, ma il parcheggio al suo fianco è desolatamente vuoto. La discesa verso Terni dovrebbe essere veloce e indolore come la puntura di una vecchia pubblicità. Una puntata alle fonti sui ricordi di corsa del Pellegrino BearLu, e giù verso la stazione di Treni da cui si tornerà, tranquilli tranquilli in treno, a Spoleto. Invece… non sono finiti i guai tecnici ai mezzi.  La bici di Giannino non va, non va proprio. I freni a disco ci tradiscono. Il liquido si è surriscaldato e, dilatatosi, ora preme sui pistoncini causando il bloccaggio totale della ruota posteriore. La Pattuglia Astrale tira fuori il suo asso nella manica. Cenerentola entra nelle vesti del meccanico mentre una telefonata fa rientrare il Pellegrino BearLu dalla consueta fuga. Si decide di smontare il freno incriminato e il “Marchese della prolunga” diventa “Giannino senza freni”. Per fortuna la stazione di Terni non è lontana e la strada, anche se trafficata, scorre pianeggiante. Sulla volta della grande stazione rimbalzano gli echi distorti delle voci mentre marmi fascisti lottano contro l’invasione dei cibi spazzatura abbandonati da viaggiatori sozzi e distratti. Sulla banchina i pendolari cercano di arrivare a casa il più velocemente possibile. Hanno perso da tempo il fascino del viaggio. Ma noi siamo in vacanza e lasciare andare la fantasia non è difficile, specie quando si passa in treno fra gli Appennini. Le gallerie precipitano improvvisamente i viaggiatori dalla città al verde delle valli. Si esce nel lampo del sole, lo sprazzo di luce permette appena di riconoscere un luogo e si precipita ancora nel buio. Così quello che vedi si trasforma in tanti piccoli spezzoni di un discorso che puoi smontare e rimontare a piacere. L’esercizio finisce in fretta, il rapido ci lascia a Spoleto e prosegue verso l’Adriatico. Rientro senza fretta al complesso benedettino che ci ospita costeggiando il “Ponte sanguinario” e la città. Doccia e visita “privata” agli affreschi della chiesa di San Ponziano con il custode che ci ha gentilmente aspettati. La cripta viene descritta con dovizia di particolari. Esili colonne sostengono la volta di questa sotterranea meraviglia. La visita prosegue a ritroso nella chiesa soprastante la cappella e termina con la descrizione del portale d’ingresso con il rosone contornato dai simboli dei quattro evangelisti. Marco, la cui voce viene descritta come “La voce di Marco risuona come il ruggito dei leoni nel deserto”, Giovanni  che “Volando a guisa d’aquila raggiunge con la sua voce il cielo” e ancora Luca “Ecco Luca che giustamente con dignità sacerdotale prende l’aspetto di un giovenco”. Resta Matteo con un piccolo mistero su cui si incaglia la possibile traduzione del nostro inesauribile  cicerone.  La luce sembra inestinguibile in queste sere di luglio. Il passeggio dalla Rocca al Duomo si arresta per una degustazione di olive in salamoia. In questo paese di colline le piazze sono ritagli di luce e le vie un continuo rincorrersi di scalini oscuri.  La sera arriva senza fretta e troviamo rifugio in un’ osteria nei pressi del Palazzo Arcivescovile. Anche stasera il telefono scotta: un’altra moglie in difficoltà. È la volta di Mauro, Nobile di Lessona che, per soccorrere  la consorte appiedata dall’auto in panne, ovviamente in Piemonte, deve improvvisarsi “Europe Assistance”. Predomina comunque un sano ottimismo, forse a causa del vino che scende fresco e porta “gli animi a rallegrar”.


[1] “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” di Pedro Almovodar
 

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Diario by Pellegrino Bearlü

8 luglio

Partenza alle 6.30, dopo aver fatto colazione a Spoleto, e seguiamo la strada fino a Baiano, da dove, lasciati i campi di girasoli, si inizia a salire verso Mogliano, lungo una strada secondaria con tratti anche al 14%, fin che non diventa sterrata, alternando tratti ripidi con brevi discese e qualche falsopiano, per ritornare asfalto in vista di Macerino, dove sostiamo per ulteriore colazione, questa volta a base di pane prosciutto e pecorino, prima del tratto più impegnativo. Richieste indicazioni sulla meta alla signora del bar, ci risponde che ci vogliono un paio d’ore… a piedi, non le risulta che qualcuno ci vada in bici… L’inizio è su asfalto, ma dopo un breve strappo si svolta a destra su un largo sentiero su fondo roccioso; la guida lo descrive con termini minacciosi, invitando addirittura a scendere dalla bici… e cosa volete che faccia uno che sa di non essere granché tecnicamente? Dopo pochi metri, per evitare un solco nel terreno, vado a toccare con un pedale un cespuglio, e, praticamente da fermo, mi ritrovo a terra con il telaio che sbatte contro il ginocchio sx… come inizio non c’è male… Fortunatamente sarà l’unico intoppo, nonostante alcuni strappi impegnativi riesco a salire abbastanza facile, mettendo a terra i piedi una sola volta in corrispondenza di un tratto con profondi solchi dove, prudenzialmente, decido di evitare possibili cadute stupide. Per il resto tutto bene, affronto e supero, in salita, alcuni tratti che fino a pochi giorni fa non avrei neanche provato, mentre permangono le insicurezze in discese sconnesse, finché, dopo alcuni saliscendi ci troviamo di fronte una rampa dove ci vorrebbe il verricello per salire… cosa che non vale ovviamente per il trattore che sale carico di legna, davanti e dietro. Nonostante alcune incertezze ad un paio di bivi, finalmente giungiamo alla Romita di Cesi, altro luogo estremamente meditativo, dove venne composto il Cantico delle Creature, recentemente recuperata dopo secoli di abbandono, dove, per mancanza di acqua corrente, a differenza dell’Eremo delle Carceri, ci viene addirittura offerta l’acqua frizzante delle sorgenti di Sangemini, che si trovano poco sotto. La discesa, dopo pochi metri, diventa impraticabile, non solo per me, e Cenerentola quando tenta di risalire in bici cade praticamente da fermo atterrando fra due rocce… ma chi me lo fa fare? Meglio il buon TLPM… quando diventa pedalabile, foratura per Mariuolo… e poi iniziano a creare problemi i freni a disco del Marchese… bici troppo tecnologica… Breve deviazione per Carsulae, sito romano da dove partiva la Via Flaminia, e rotta verso Sangemini dove mi pregusto la discesa verso Terni, che fatta al contrario mi aveva creato qualche problemino ai tempi del Giro podistico dell’Umbria (30 anni fa…). Purtroppo i freni del Marchese non ne vogliono sapere, quando si scaldano bloccano il pistoncino, e quindi bisogna fermarsi; giunti nella piana di Terni, Cenerentola glielo toglie del tutto così possiamo raggiungere la stazione senza ulteriori problemi… a parte quelli di orientamento… 55.58 km in 4h25’25” alla media di 12.5 km/h con velocità massima di 50.4 Rientro a Spoleto in treno, e cena da ricordare in centro: Antipasto rustico con bruschetta, Zuppa di farro (così così), Straccetti all’aceto balsamico, Tozzetti al vin santo…

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Scatti di giornata

Ottavo giorno - 9 luglio 2011

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Diario by Re Leone

09 luglio 2011, Spoleto

Spoleto, strada Flaminia Vecchia, ore 21, Ristorante dei Pini.

“Cotto,cotto,cotto! Parola di Armando”. Durante la cena, con il tono pacato che ha trovato nella sua maturità, l’inventore di Casapinta sintetizza in questo modo la sua bellissima, ma faticosa giornata. Forti di questa premessa facciamo un passo indietro e incominciamo a raccontare questo lungo giorno. Chi, se non un animo superiore, con nobile gesto avrebbe potuto offrire il suo mezzo in uso a Giannino? Mauro, Mariuolo da Lessona. Rinunciando ad un’alzataccia, a quella che nelle previsioni dovrebbe essere la tappa più lunga, a quella con maggior dislivello si immola a fare il turista. Quanto sarà costato al nobile Mauro alzarsi alle dieci, fare una breve capatina in città, sedersi a un desco apparecchiato sin da mezzodì? Non lo sappiamo e lui non ce lo farà sicuramente pesare. Grazie Mauro. Alle sette siamo già a Terni. All’ombra dell’imponente “transformer” che caratterizza la piazza  si alza un richiamo: “Ascoltate Ciclisti Pellegrini la mia storia: Occupai un posto di rilievo nella storia della tecnica, sono la pressa idraulica da 12000 tonnellate che ha lavorato nelle acciaierie di Terni dal 1935 al 1993 per forgiare lingotti d’acciaio incandescente. Fui destinata inizialmente alla fabbricazione di corazze e cannoni per la marina e l’esercito, poi produssi pezzi speciali per le industrie meccaniche, chimiche ed energetiche di tutto il mondo. L’avermi salvata dalla distruzione alla fine del ciclo vitale costituisce un importante operazione di archeologia industriale e vuole essere, soprattutto, una testimonianza palese dell’operosità di Terni.” Ha parlato veramente o hai letto tu a voce alta? Il fatto è che questa macchina vive e l’averla sradicata dal reparto in cui ha lavorato per decenni non le ha tolto la parola. Prima il tonfo regolare e spaventevole con cui forgiava lingotti rosso fuoco e, dal maggio 2002, il denso silenzio della memoria. Oggi invita a progettare nuovi orizzonti ed è riparo sicuro per gli uccellini che frullano intorno al gigantesco totem. In pochi anni Terni è cambiata e cambierà ancora. La città che attraversiamo è ancora addormentata: non parla, ci ascolta passare con i negozi chiusi. Pochi passanti mattutini che si voltano al fruscio delle biciclette sul selciato del centro. Di rotonda in rotonda ci inerpichiamo fra grandi viali di periferia e abitazioni sempre più modeste. Sempre più spesso le città, se attraversate in modo lento, offrono la possibilità di avere un punto di vista sullo sviluppo e sul futuro di un territorio. Hai la possibilità di curiosare, passando, in un cortile e di salutare i abitanti. La possibilità di riflettere sugli sforzi compiuti da chi ci abita e su quelli che dovrà compiere, sulla necessità di uscire da antichi schemi, o rientrarci se necessario, per costruire il futuro. Elementi che dovranno essere filtrati attraverso l’assunzione di responsabilità diffuse e di ruoli attivi. Cittadini consapevoli che solo attraverso questa incombenza e condivisione potranno andare a ri-costruire i loro nuovi orizzonti. Chi sono gli uomini e le donne che sfioriamo in questo viaggio? Quale il loro futuro? È sempre in salita che si pedala ed è il momento in cui si ha il tempo di pensare cullati dal ritmo dei pedali. Così, improvvisamente, il Tau appeso alla sella che ho davanti può diventare simbolo e speranza dei pensieri. Lettera condivisa dalle due lingue originali della Bibbia, l’ebraico ed il greco, supera le differenze. Il Tau, segno dei salvati, prima lettera nella parola Torah[1], simbolo della croce, simbolo di protezione dalla peste. Francesco lo adotta come firma. Un buon augurio sicuramente anche per il futuro di Terni che, guarda caso, comincia per “Tau”. Stroncone arriva in fretta e La Pattuglia Astrale si riunisce fra i vicoli antichi di questo bel borgo premiato dal Touring Club Italiano. “Ancora undici chilometri di salita!” annuncio mentre Gianni mi guarda come se fossi l’angelo della morte. Non sempre abbiamo sufficienti capacità linguistiche per esprimere ciò che pensiamo, bastano gli sguardi a farmi capire che è meglio riprendere a pedalare prima che mi raggiunga. Oltre le più rosee previsioni la salita si rivela amica a tal punto che in breve ci ritroviamo a I Prati. Seduti ad un tavolo ombreggiato, serviti da belle ragazze, salita ormai alle spalle anche lo sguardo di Gianni è più mite. Unica nota stonata il commento della giovane barista sul prossimo spezzone del tracciato: “Siete matti a scendere a Greccio con la bici. Già che andate…e se arrivate… salutatemi il prete che ha celebrato il mio matrimonio. Io fin là sono andata in macchina!” Fedeli al motto dei Dahü “la speranza è l’ultima a morire” nessuno molla… il panino e si continua tranquilli a recuperare le forze. Intorno al nostro tavolo prosegue l’andirivieni ordinato dei campeggiatori, dei turisti, di giornata e dei residenti nelle casette dei dintorni. Il difetto inevitabile è la presenza delle automobili, oggi ancora contenuta, che nei giorni di festa deve essere drammatica. Drammatica, ma molto positiva per l’amministrazione locale, che ha pensato bene di far cassa riempiendo la piana di strisce blu. La malinconia cui siamo così propensi di fronte a questo male endemico dell’Italia svanisce poche centinaia di metri più avanti. I Piani di Ruscio sono magnifici. Pastori, pecore e cani evidenziati dal verde acceso dei pascoli, le ginestre a incorniciare gli stazzi. La giusta consistenza della luce proietta direttamente l’immagine dalla realtà ai quadri di Segantini[2]. Difficile immaginare un teatro naturale così composito a due passi da Terni: potenza dell’Appennino! Abituati ad affrontare sentieri spinosi e sconnessi ci sorprendiamo un poco per la facilità della discesa rispetto alla descrizione sia della guida che della barista. Vero è che il meteo è ottimo, la Pattuglia Astrale possiede i mezzi adatti e l’allenamento alla guida fuoristrada. Meglio comunque esser contenti delle difficoltà inferiori alle aspettative che il contrario. Il Santuario di Greccio è appeso alla parete rocciosa e incorniciato da un bosco fitto. Qui si deve pensare a Francesco in questo modo: occorre immaginarlo, in sandali e saio, d’inverno con la neve sui rami, a guardar giù verso la valle reatina dalla balconata dell’eremo impegnato a inventarsi il presepe, ispirato da Dio e dai luoghi. Oggi, per noi, sono oro e verde i colori che circondano Greccio, torrido il clima che La Pattuglia Astrale dovrà affrontare nella traversata della valle. Punto il dito verso le alture di fronte indicando Poggio Bustone. Appollaiato la in fondo il paese natale di Lucio Battisti sembra quasi irraggiungibile, un miraggio. Grazie a qualche indicazione, raccolta fra i campi di grano e di mais, guadiamo indenni la piana nel brodo caldo del mezzogiorno. Bloccando le auto agli incroci per avere certezze sulla via, pian pianino la pianura si assottiglia. Costeggiamo la riserva naturale dei laghi Lungo e Ripasottile e ci si delinea chiaramente la salita da affrontare. Nel patrimonio spirituale di ognuno di noi vi è un tesoro nascosto e oggi Giannino ne estrae una perla: “Saper rinunciare è meglio che schiattare”. Ai piedi dell’erta “quasi” finale La Pattuglia Astrale si divide: Giannino si porta in avanscoperta verso Piediluco e il suo bel lago mentre il resto del gruppo punta a Poggio Bustone. Non sono molti i chilometri ma occorre definire realisticamente “eccessivo” il caldo che si affronta sulle rampe. Nel corso delle frequenti soste ci inventiamo un efficace raffreddamento “ad acqua” che consiste nell’immergere ripetutamente il casco nelle fontane, fortunatamente ben presenti sul percorso. Il corpo è un organo di sensibilità che garantisce una conoscenza più certa di quella che ci viene dall’impegno della mente. Quindi è il corpo di Armando e non la mente che, a metà salita, lo porta a definirsi “cotto”. Cosa può dar meglio l’idea di questa parte dell’itinerario? La copertina del ciclo-libro di Rumiz “Tre uomini in bicicletta”[3] dove Altan disegna una surreale vignetta ciclistica! Il dialogo è fatto di brevi battute, dove il neretto evidenzia uno stato confusionale in cui riconosco un poco di noi in questo pomeriggio. “Scusi Signora, ma dove stiamo andando?” Perché lo chiede a me? Cosa vuole? Chi cazzo è lei?” si ribadiscono i due ciclisti, ovviamente maschi. Che volete farci La Pattuglia Astrale è fatta di tipi tosti, all’occorrenza anche un po’ matti: l’anno scorso sulla Via Francigena e oggi qui. Da Poggio Bustone il panorama è magnifico ed è proprio vero che, con il piacere di essere arrivati, lo si gusta ancora meglio. È un cambio di atteggiamento nei confronti di questo mondo il poter mettersi a mollo nella freschissima fontana. Il repertorio di parole che descrive questo piacere è ricco, evocativo e ricercato. La fatica rende fortissime le emozioni e l’acqua, “l’umile sorella acqua”, ci rende biblicamente “uomini nuovi”. Tornando con i piedi per terra mi rendo conto che non sarà possibile salire all’eremo per suonare la campana[4] e che converrà cercare altrove anche il timbro. Anzi, per dirla tutta, riusciremo a prendere il treno per Spoleto? Ci occorrerà un ritorno veloce. Ma non ci lamentiamo troppo, va già bene così. Giusto il tempo di una sosta al bar per l’immancabile vidimazione, una foto alla statua di Lucio Battisti e , evviva, siamo lanciati in discesa. Si perde quota in pochi attimi. Rilanciando la velocità nel falsopiano mi accorgo che Armando perde colpi, gli allungo una barretta incitandolo nello sforzo per mantenere sufficientemente alta la media. Giannino ci contatta telefonicamente confermando che ci sta precedendo di alcuni chilometri. Lo invitiamo a scendere con calma, beato lui, verso la piana reatina. “Grande Armando”, “Non mollare che ci siamo”, “Resta in scia del Pellegrino BearLu che si fa metà fatica”, “Quasi cento chilometri e millecinquecento metri di dislivello, bravissimo!!!” sono le frasi abusate di questo frangente. Ma, da italiani in gita, sappiamo rallegraci anche dell’ultima discesa verso la stazione e tener duro negli ultimi chilometri di questa cronometro. Ebbene sì, è vero: La Pattuglia Astrale arriva, allo scoccare delle cinque, giusto in tempo per prendere posto sul convoglio. Nessuno si scandalizzi se torniamo a Spoleto in treno, e senza aver suonato la campana. Caro Mauro, ci torneremo…e con il tempo per farlo, stavolta. “Cotto,cotto,cotto”. Parola di Armando, ricordate? Rammentate il tono pacato con cui ha descritto la sua bellissima, ma faticosa giornata? E volete sapere come ha dormito Cenerentola? Beh, potete sempre chiedere alle sue calze: in questi casi non se le toglie mai!


[1] La Torah è la legge ebraica, denomina l’insieme dei primi cinque libri dell’Antico Testamento.
[2] Giovanni Segantini, pittore noto per le sue interpretazioni paesaggistiche alpine.
[3] Paolo Rumiz, Francesco Altan, Tre uomini in bicicletta, Ed. Feltrinelli
[4] Negli anni i pellegrini sul Cammino di Francesco hanno inventato un rito: arrivati all’eremo suonano a distesa la campana per testimoniare la felicità nell’aver raggiunto la meta.
 

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Diario by Pellegrino Bearlü

9 luglio

Alle 5 siamo già operativi, a parte Mariuolo che ha deciso di visitare Spoleto e quindi è rimasto a dormire (dirà poi che si è sacrificato concedendo la sua bici a favore del Marchese che ha così potuto lasciare la sua in rimessa…). Treno fino a Terni, colazione e ricerca di informazioni sulla via da seguire; il controllore incontrato ieri sul treno, ciclista pure lui, ci ha dato delle indicazioni, ma non sulla prima parte della tappa. Raggiungiamo Stroncone con alcuni strappetti  impegnativi (un nome un programma…) ma i 10 km successivi si rivelano meno ostici del previsto, con un paio di falsopiani nella parte terminale, e prima dello strappo conclusivo rendiamo il dovuto omaggio ad un castagno pluricentenario. In località Prati (circa 850 m. s.l.m.) sosta colazione/pranzo (solito panino prosciutto/pecorino, ma accompagnato da focaccia e banana), preparati da una simpatica/impertinente salumaia che alla richiesta di informazioni sul seguito della tappa ci risponde: “Volete scendere di lì in bici? Ma siete scemi?”. Ricevuta risposta affermativa esprime i suoi dubbi sulla fattibilità non sapendo con chi ha a che fare… Consumato il pasto ci rimettiamo in marcia leggermente preoccupati, ma la prima parte è estremamente bucolica, con un sentiero che attraversa un breve altopiano a pascolo fino a sfiorare i 1000 m. di quota. Arriviamo quindi al sentiero lastricato che lungo i suoi 2 km di discesa è sì rovinato in alcuni punti come ci è stato detto, ma neanche lontanamente paragonabile a quello della Romita di Cesi, tanto che lo percorro tutto in bici, e non è che io sia diventato improvvisamente un discesista provetto… Giungiamo al Santuario di Greccio, quello del primo presepio, praticamente insieme ad una sposa, cosa che induce Re Leone a fermarsi per la messa mentre noi peccatori continuiamo la discesa alla ricerca di un bar, dove, secondo il ragazzo che ci serve, sembra che raggiungere Poggio Bustone attraverso la Riserva Naturale dei Laghi di Ripa Sottile sia impresa improba. Da alcuni automobilisti ricaviamo le informazioni necessarie, e, dopo aver lasciato il Marchese, a corto di allenamento, continuare sulla più comoda statale in direzione Piediluco, intraprendiamo, sotto il sole che si fa sentire, l’impegnativa salita verso la meta finale del nostro viaggio. Un paio di soste per rifornirsi d’acqua, e sperimentare il raffreddamento “a casco” siamo al paese natale di Lucio Battisti. Valutato il dislivello, e i km che mancano a Terni, rinunciamo a salire al Santuario, e quindi alla grotta dove avrebbe dovuto aver termine il viaggio suonando la campana. In ogni caso, anche l’attraversamento del paese si rivela interessante, con la fresca fontana e le ardue pendenze delle sue viuzze… Apposto l’ultimo timbro (dell’ennesimo bar… ma almeno è… Francescano…) non resta che tornare a fondo valle e sottoporre Cenerentola ad un vero tour de force attraverso Piediluco, Marmore (niente visita alla cascata) e la successiva picchiata su Terni per prendere il treno che ci riporta a Spoleto. 95.57 km in 5h53’04” alla media di 16.2 km/h con velocità massima di 53.7 Cena conclusiva al Ristorante dei Pini, dove stavolta il vino non è più freddo come due sere fa ma il resto del pranzo sembra di livello inferiore. Sarà la malinconia di fine vacanza? Re Leone, già proiettato al viaggio di ritorno, fa da chaperon a Cenerentola, debilitato dalla tirata finale, nel raggiungere velocemente i meritati giacigli, mentre il resto della compagnia raggiunge Spoleto by night per gli ultimi acquisti e il gelato di chiusura.

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Scatti di giornata

Nono giorno - 10 luglio 2011, il ritorno a casa

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Diario by Re Leone

10 luglio 2011,

                 Prima di noi oltre settemila pellegrini ci hanno preceduto sulle tracce di San Francesco.

                 Cosa sarà stato a spingerli su questi sentieri a piedi, in bicicletta o a  cavallo?

                 Quale il loro pensare sul Cammino?

                  Alcuni avranno trovato un Cammino che, per quanto faticoso, li ha ristorati

                  Molti avranno trovato degli amici con cui condividere passi e pensieri

                  Chi pensava di possedere la certezza della fede avrà imparato a non smettere di farsi delle domande

                  Chi si barricava dietro lo scetticismo della razionalità avrà imparato a guardare oltre

                  Chi faticava nel dover convivere con i chilometri quotidiani ora saprà come scorrono e che prima o poi si arriva.

                   Altri vi avranno trovato una speranza.

                   E io?

                   Io non lo so ancora.

                   Preferisco lasciare il finale aperto…

                   come la vita.

Altissimo glorioso Dio

Illumina le tenebre de lo core mio.

Et dame fede dritta, speranza certa e carità perfecta,

senno e cognosecemento,

signore,

che faccia lo tuo santo e verace comandamento. Amen

Fonti Francescane n.276

 

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Appendice tecnico - culturale

 

Il nostro viaggio

 

Alla ricerca del Santo Patrono d’Italia

nel 150° dell’Unità d’Italia

 

Dettaglio tecnico del viaggio

I punti critici e altro…dal nostro punto di vista

 

Tratti di sentiero impegnativo, “portage” con le bici a spalla, salite impegnative…insomma cercare di seguire in mtb la traccia proposta da Angela Maria in “Di qui passò Francesco” è stato a volte faticoso e nel contempo entusiasmante. Quasi tutti i tratti sono ben segnalati e, in quelli in cui abbiamo pedalato,  sono molte le sovrapposizioni con La Via Francigena di Roma. Si può integrare la cartografia della guida, molto accurata, con la carta 1:200.000 del Touring Club Italiano “Marche e Umbria”, cartine di dettaglio sono reperibili in zona. Altre utili fonti sono state il portale www.bikeinumbria.it e la pubblicazione del CAI Spoleto “Sentiero degli Ulivi” che si può richiedere presso la sezione spoletina. Lo scopo di queste brevi note personali è quello di aggiungere un piccolo contributo all’insostituibile guida “Di qui passò Francesco”. Auspichiamo che siano sempre più numerosi i pellegrini – ciclisti su questo Cammino e ci auguriamo di offrire loro un piccolo contributo con la nostra esperienza. Ognuno potrà interpretare e piegare le tracce proposte secondo la propria sensibilità ed esigenze. Buon Cammino!

 

Sintesi percorso[1]

  Giorno 0 Viaggio andata Casa – Chiusi della Verna – Sansepolcro Pernottamento:

  • Fra Citerna e Città di Castello Agriturismo “Le Burgne” alloggio in camerata per 6 persone, prezzo per pellegrini. Patrizia, la proprietaria è gentilissima tel. 0755802020

Tappa 1 San Sepolcro – San Sepolcro

      Distanza, dislivello e tempo di percorrenza: km 62, D + 1200, 7 ore Sentieri e sterrati 30 km tratti impegnativi Pernottamento:

  • Fra Citerna e Città di Castello Agriturismo “Le Burgne” vedi sopra.

Tappa 2 San Sepolcro – Gubbio

      Distanza, dislivello e tempo di percorrenza: km 75, D +700, 6 ore Sentieri e sterrati 30 km Pernottamento:

  • Gubbio Affittacamere via Dante 34, ottima sistemazione in pieno centro, cell. 3396410592 oppure 3460632204.

      E-mail: info@residenzaviadante.it  ; Sito  www.residenzaviadante.it  

Tappa 3 Gubbio – Assisi

      Distanza, dislivello e tempo di percorrenza : km 80, D +700, 7-8 ore Sentieri e sterrati 30 km Pernottamento:

  • Assisi “Ostello della Pace” via di Valecchie 177 tel 075 816767 Gestori: Giuseppe e Daniela Fongo. Lasciando alle spalle la Basilica di Santa Maria degli Angeli a circa metà strada per Assisi si gira a dx (Via Francesca) si prosegue e poi si gira a sx verso la città. Seguire le indicazioni per l’ostello dal quale si gode una magnifica vista di Assisi specie di notte. Parcheggio comodissimo.

Tappa 4 Assisi –  M.te Subasio – Spello – Assisi

      Distanza, dislivello e tempo di percorrenza: km 45, D +1000, 5 ore Sentieri e sterrati 20 km, impegnativo il tratto di sentiero Assisi – Eremo delle Carceri Pernottamento:

  • Assisi, “Ostello della Pace”, vedi sopra

Tappa 5 Trasferimento Spoleto –Norcia in auto. Norcia – Altopiano di Castelluccio da Norcia – Norcia

      Distanza, dislivello e tempo di percorrenza: Km 30, D +700, 4 ore Sterrato e sentieri possibile ritorno sulla provinciale. Noi siamo partiti dal parcheggio a quota 1200. A seconda del tempo a disposizione sono possibili vari anelli, per informazioni prima, e un buon pranzo dopo, chiedere al Rif. Perugia poco prima del colle sulla provinciale. Pernottamento:

  • Casa di accoglienza di San Ponziano Spoleto via Basilica San Salvatore tel. 0743225086. Su una collinetta a sx della città venendo dalla stazione. A fianco della chiesa di San Ponziano (merita una visita). Ostello dall’aspetto di albergo. Camere da 2-4 letti con bagno
  • Per cena si consiglia il Ristorante dei Pini sulla Flaminia Vecchia nei pressi dell’ostello della gioventù. Gradita la prenotazione tel. 074348156

Tappa 6 Spoleto – Madonna di Baiano – Romita di Cesi –  Terni

      Distanza, dislivello e tempo di percorrenza: km 60, D +1000, 7 ore Sentieri e sterrati 30 km tratti impegnativi Rientro a Spoleto in treno Pernottamento:

  • Casa di accoglienza di San Ponziano Spoleto, vedi sopra

Tappa 7 Spoleto – Terni in treno Terni – Stroncone – Sant di Greccio – Rieti – Poggio Bustone – Rieti

      Distanza, dislivello e tempo di percorrenza: km 103 D +1400, 8 ore Sentieri e sterrati 20 km, salite impegnative per lunghezza Rientro a Spoleto in treno Pernottamento:

  • Casa di accoglienza di San Ponziano Spoleto, vedi sopra

Giorno 8 Viaggio di rientro

 

 

La Pattuglia Astrale

Armando Benzio / Cenerentola,  23/05/1952 Attivo pensionato impegnato in un infinito anno sabbatico fra castagne e molesti rami di nocciolo. Meccanico ufficiale di questa avventura e del Team Dahü. Ama, in ordine di importanza, Carmen, i figli e i nipotini, la sua “Francigena I” e la buona tavola. Al  grido di “Chi va piano va sano e va lontano” ha coronato un suo sogno: è arrivato sino a Roma.
Luciano Mazzon/ Pellegrino Bearlü,  04/05/1957 Insegnante (forse…), pur preferendo volare con la sua bici corsaiola ha accettato le basse medie del  viaggio romano al punto da guadagnarsi il titolo di pellegrino.  Avendo come animale preferito il placido plantigrado abbina la sua ricerca di pace a lunghi silenzi. Herman Hesse è il suo autore preferito.
Mauro Ottina/ Mariuolo e Nobile da Lessona  14/10/1959 Assistente tecnico, fotografo e informatico del Team Dahü, preferisce i sentieri da percorrere in sella alla sua mtb alla strada. Con la colonna sonora di “Mediterraneo” come sottofondo è disposto a pedalare sino a sera. Il falco che è in lui cala volentieri sino alle tavole imbandite. Gewurztraminer e Gattinara sono fra i suoi vini preferiti.  Ha nel cuore le pagine di Mario Rigoni Stern.
Ettore Patriarca/ Re Leone 27/09/1959 Insegnante, ha scoperto la montagna da bambino grazie al nonno e non l’ha più abbandonata. Cartografo ufficiale del Team Dahü rischia di perdere molte amicizie se continuerà a proporre gite troppo lunghe. Legge di tutto, il suo autore preferito è Mario Rigoni Stern.
Gianni Tarabbia/ Giannino già Marchese della Prolunga 18/11/1952 Impiegato, divide la sua vita fra isole deserte e una piccola città biellese. Teme, nei suoi incubi, di non riuscire a terminare l’annuale appuntamento agonistico del Team Dahü. Tende a dimenticarsi la durezza delle salite. Grazie, anche, al suo angioletto irlandese non ha mai mollato neanche sulla più ripida delle rampe .


[1] Le informazioni per i pernottamenti sono tratte dall’ottima guida “Di qui passò Francesco” di Angela Maria Serrachioli, ed. Terre di Mezzo e dal sito correlato www.diquipassofrancesco.it . Ringraziamo Angela Maria e i volontari per la loro preziosa opera.

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